Cagliari 28/09/2006 –
Intervista di Andrea Melis (apparsa su La Nuova Sardegna del
29 settembre 2006)
Lunedì 2 Ottobre
arriva nelle librerie il nuovo romanzo di Massimo Carlotto,
La Terra della mia anima. Un libro che ci porta alla scoperta
di Beniamino Rossini, malavitoso d’altri tempi ma anche
amico fraterno di Massimo Carlotto, ucciso da un cancro pochi
mesi fa dopo una vita da romanzo sviscerata per intero in questo
libro. Protagonista della serie dell’Alligatore e personaggio
molto amato dai lettori, in pochi sapevano che è esistito
davvero. Chi scrive lo conosceva e prova a raccontarvi l’uomo
attraverso una chiacchierata con l’autore.
- Una vita avventurosa
tra terra, aria e acqua, dalla Sicilia alla Grecia, dalla Spagna
al Libano. Quante storie di Beniamino non conosceva nemmeno
Carlotto?
Alcune erano inedite perfino per me e comunque prima di decidere
di raccontare tutta la sua vita aveva preferito svelare gli
aneddoti e le avventure meno impegnative dal punto di vista
personale. È stata una scelta molto coraggiosa scavare
così a fondo nella sua vita ma Beniamino è sempre
stato un uomo franco e convinto della necessità di condividere
la memoria.
- Un contrabbandiere
che gioca a guardie ladri con i finanzieri ma dove tutti rispettavano
certe regole. Poi anche questo mondo cambia. E’ anche
una storia del crimine questo libro?
Senz’altro, ed è stato uno dei motivi che mi hanno
convinto a scriverlo. La criminalità si trasforma a seconda
dei cambiamenti della società in cui si è sviluppata.
In questo senso attraverso la storia del contrabbando e dei
rapinatori mi è stato possibile offrire un affresco di
questo paese da un punto di vista insolito ma per certi versi
acuto.
- Contrabbando di
sigarette, diamanti, liquori ma mai droga o donne. Né
tollerava stupratori, mafiosi, spacciatori. Sembra quasi rassicurante
quel vecchio modo di delinquere…
Premesso che di quella criminalità nessuno sente la mancanza
va sottolineata la differenza in termini di pericolosità
con quella attuale. Oggi è impossibile affiancare il
termine romantico a una malavita sempre più organizzata
e nemica del vivere civile. Ho usato il personaggio di Rossini
nei romanzi dell’Alligatore proprio per evidenziare questo
aspetto. Mentre Beniamino si può tranquillamente definire
l’ultimo romantico di una illegalità che non esiste
più.
- Nel romanzo affiorano riflessioni profonde che si intrecciano
alla storia. Lei ha intervallato le avventure con dei corsivi
che portano dritto nei pensieri di Beniamino. Come è
nata questa scelta narrativa?
Sono riflessioni frutto di discorsi che abbiamo fatto prima
e dopo la raccolta del materiale per il romanzo. Mi sono sembrati
importanti per completare la sua figura e soprattutto per permettere
al lettore di farsi un’idea precisa di un uomo che sceglie
il crimine come modello di vita con tutte le conseguenze e le
contraddizioni che comporta. Ho voluto scrivere rispettando
fino in fondo il suo punto di vista e le parti in corsivo offrono
spunti per riflessioni che vanno oltre il suo racconto.
- Come ha selezionato
i racconti?
Ne ho parlato a lungo con Beniamino e li abbiamo scelti insieme.
Non tutti gli episodi raccontati erano adatti a essere sviluppati
nella forma del romanzo. La scelta è ricaduta su quelli
che più utili a dare senso alla narrazione e a raccontare
quegli anni. Non è stato facile ma certamente utilizzerò
un futuro altri spezzoni di racconto nella serie dell’Alligatore.
- Un tema ben presente
è la politica fatta di sezioni di partito e lacrime per
la morte di Togliatti, roba lontana anni luce…
Beniamino Rossini ha fatto parte di quel mondo che oggi non
esiste più ma che ha formato e ancora oggi rappresenta
le radici di una grande massa di persone. Colpisce il fatto
che contrabbandieri avessero la tessera del partito e che un
malavitoso abbia conservato questo retroterra culturale che,
a mio avviso, gli ha permesso di saper distinguere le varie
facce dell’universo criminale. Questo aspetto politico
del personaggio permette anche di recuperare memoria rispetto
ad avvenimenti che hanno segnato la vita italiana e che sono
conosciuti solo da chi li ha vissuti.
- Beniamino colpisce per la dignità davanti alla
morte. Più volte sente di dover chiudere dei conti col
passato ma non lo fa. Sarebbe troppo comodo. Cosa muoveva un
uomo così?
Un’etica scaturita da un retroterra culturale ben preciso.
L’aver fatto parte di mondi in cui amicizia e solidarietà
e la netta consapevolezza del concetto di ingiustizia sociale
erano i presupposti fondanti gli hanno fornito gli strumenti
per affrontare la morte con una lucidità fuori dal comune.
- E poi gli amori
di Beniamino. Un figlio mai conosciuto, una moglie da fotoromanzo
poi abbandonata e alla fine il vero amore trovato in un night.
Sembra incredibile.
Un’esistenza così avventurosa in cui il viaggio
e la continua conoscenza di persone diverse rappresentano la
quotidianità porta a sviluppare una sorta di eccezionalità
nei rapporti personali. Ben lontana dal senso comune che conosciamo.
Anche su questo aspetto Beniamino ha dimostrato coraggio nel
voler raccontare aspetti tanto intimi ma fondamentali per riuscire
a capire la varia umanità di quegli ambienti.
- Carlotto il carcere è un tema molto presente nelle
sue opere ma stavolta lo affronta di petto. Mafie, soprusi,
aids, violenze. Racconti agghiaccianti.
E’ stato un desiderio di Beniamino voler affrontare il
tema della detenzione. D’altronde aveva scontato oltre
15 anni di carcere e quell’esperienza non poteva essere
esclusa e l’intento del suo racconto era quello di evidenziare
alcuni momenti fondamentali della storia carceraria italiana.
- Questo romanzo entra intimamente nella vita di Massimo
Carlotto Fuggiasco. E’ stato duro scriverlo?
Sì. Certamente è stato il mio romanzo più
difficile perché da un lato dovevo fare attenzione a
rispettare il pensiero di Rossini in ogni suo singolo aspetto
e dall’altro dovevo fare i conti con la consapevolezza
della malattia e la morte di un carissimo amico.
- A un certo punto nel libro salta fuori proprio lei
visto però dagli occhi di Beniamino. Com’è
stato raccontarsi così?
Mi sono distaccato da me stesso e sono diventato un personaggio
raccontato da Beniamino. Mi era già capitato quando avevo
scritto la sceneggiatura del Fuggiasco. A volte il mestiere
aiuta.
- Beniamino dice che alcuni libri gli hanno cambiato
la vita. Questo per lui sarebbe stato il più importante.
Ha fatto in tempo a leggerlo?
Purtroppo no. La malattia è stata più veloce dei
tempi di scrittura e quelli editoriali. Però sono convinto
che lo avrebbe apprezzato. L’ho scritto con grande affetto
anche se, per correttezza, ho mantenuto lo stile scarno del
suo racconto.
- Con Beniamino
lei ha perso un caro amico. Cosa significa l’amicizia
quando si hanno vissuto vite come le vostre?
Si tratta di un’amicizia nata in una situazione complessa
e difficile ma per molti versi non è differente da altre.
Però con Beniamino ho perso l’unica persona con
cui potevo condividere alcuni territori della memoria. Anche
per questo sentirò la sua mancanza.
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