LA TERRA DELLA MIA ANIMA

Da lunedì 2 ottobre è in libreria il nuovo romanzo di Massimo Carlotto, La terra della mia anima. In questa sezione troverete tutte le informazioni in esclusiva relative al libro.

> IL PROLOGO DEL ROMANZO
> INTERVISTA
> PICCOLO RICORDO DI BENIAMINO di Andrea Melis
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PROLOGO

 

 

Beniamino arrivò, come sempre, senza avvertire. Stavo lavorando sotto il loggiato quando lo vidi scendere dal taxi. Dalla grandezza della valigia capii che si sarebbe fermato abbastanza a lungo. Si tolse la giacca e andò subito nel capanno degli attrezzi. Tornò con una cesoia e un segaccio.
«Bisogna potare la solandra, altrimenti non reggerà l’estate. E poi c’è uno dei lecci che sta crescendo tutto storto». Continuai a lavorare. Ogni tanto alzavo la testa dalla tastiera e lo vedevo usare quelle grosse forbici come se fosse un barbiere pazzo, e intanto parlava con le piante, commentava il tempo o raccontava del suo orto.
Dopo un po’ venne a sedersi al tavolo. Accese una sigaretta e la fumò guardando il mare.
«Ho il cancro» disse.
«Lo so».
«Tre, al fegato».
«Fai sempre le cose in grande».
Tornò a osservare il mare. Il traghetto proveniente da Civitavecchia procedeva pigramente verso il porto di Cagliari. Da quando era arrivato non avevo fatto altro che sbirciarlo, cercando segni evidenti della malattia. Era solo un po’ più magro. Il collo ballava leggermente nel colletto della camicia e la pelle del volto era appena più scura intorno al naso e sulla fronte. Se non avessi saputo non avrei mai immaginato che la grande bestia lo aveva azzannato al fegato. Avrei pensato alla stanchezza e all’età che avanzava. D’altronde aveva 65 anni, anche se pensava di averne 20 di meno. L’ultima volta che l’avevo visto era stato qualche mese prima, in un locale notturno da qualche parte nel nordest. Stavo tornando da uno spettacolo insieme a Maurizio
Camardi e avevamo fatto una piccola deviazione per andare a trovarlo.
Mentre stavamo bevendo al bar del locale, aveva redarguito un sinto che aveva mancato di rispetto a un’entraîneuse. Il nomade lo aveva aspettato nel parcheggio e gli aveva piantato nel basso ventre la canna di una calibro .22, pretendendo delle scuse.
«Spara» aveva detto Beniamino in tono seccato. «Spara. O ti strappo quella pistolina e ti faccio male». Il sinto era rimasto interdetto. Le cose non stavano affatto andando come aveva immaginato. Aveva abbassato l’arma e farfugliato qualche spiegazione, cercando di salvare
la faccia. Beniamino lo aveva costretto a scusarsi, poi lo aveva invitato a bere. Maurizio e io non li avevamo seguiti. Non avevamo nessuna voglia di trascorrere del tempo insieme a uno che va in giro a divertirsi con una pistola infilata nei pantaloni. «Com’è finita con il sinto?» domandai.
Alzò le spalle come per scacciare un pensiero senza importanza.
«L’ho steso a forza di vodka. Una piccola e insignificante testa di cazzo».
Dalla valigia prese una manciata di cassette e le appoggiò sul tavolo.
«Voglio raccontarti un po’ di storie. Magari ci scrivi un libro».
«Pensa a curarti. Per le memorie c’è ancora tempo».
«Certo, certo... però è meglio non correre rischi».
Andai a prendere il registratore. E il vecchio Rossini iniziò a raccontare. Quando era stanco mi faceva segno di interrompere la registrazione e andava a giocare con mio figlio o a chiacchierare con Colomba. La notte ci ritrovavamo spesso a fumare in silenzio, al buio.
«Chissà cosa c’è dall’altra parte?» chiese una mattina mentre facevamo colazione al bar.
«Nulla» risposi, dando un morso al croissant.
«Già. Credo anch’io».
La settimana seguente ci raggiunse Maurizio. Il suono dei suoi sassofoni riempì la casa e il giardino, rendendo più lievi quelle lunghe sedute di fronte al registratore. A me più che a Beniamino, che scavava senza incertezze nella memoria della sua vita da fuorilegge alla ricerca di avventure e aneddoti degni di essere raccontati. Io, invece, avrei voluto mille volte spegnere e rinviare per anni e anni la raccolta di quel materiale.
Beniamino era arrivato dando per scontato che avrei scritto un libro sulla sua vita e non avevo avuto il coraggio di spiegargli che la scrittura era una faccenda complessa.
Ero turbato dall’idea che quel suo desiderio di raccontare fosse dovuto alla malattia e alla convinzione che non gli restasse più molto tempo. Fui però subito affascinato dalla bellezza delle sue storie, e i miei dubbi si dissolsero completamente quando mi resi conto che il vero Beniamino
Rossini, il carissimo amico che avevo trasformato in uno dei protagonisti della serie dell’Alligatore, assomigliava davvero a quello di carta, e nella mia testa cominciò a prendere forma il progetto.
Beniamino ripartì quando ritenne di avermi raccontato tutto. Io e Maurizio l’accompagnammo all’aeroporto. In casa la sua presenza aleggiò ancora a lungo e ogni tanto, di notte, mi sembrava di vedere nel buio il puntino luminoso della sua sigaretta.
Il tempo aveva posato un velo di polvere sulla custodia delle cassette che stavano in bella mostra sulla mia scrivania, vicino alla foto che Beniamino mi aveva regalato prima di partire. Era stata scattata in un sentiero di montagna, quando il mio amico era molto più giovane. Non aveva la maglietta e si notava il suo fisico alto, slanciato e muscoloso.
Era già stempiato, e con i capelli corti e quel taglio di occhi assomigliava a Diabolik. Se n’erano accorti anche i finanzieri che avevano iniziato a chiamarlo così per distinguerlo dagli altri contrabbandieri.
Una sera Beniamino mi telefonò «Hai iniziato a scrivere? ».
«Non ancora. Ho altri lavori da finire...».
«Sbrigati. Vorrei fare in tempo a leggerlo. Hai pensato al titolo?».
Sceglierlo non era stato difficile, me lo aveva suggerito proprio lui: «La terra della mia anima».
Rimase a lungo in silenzio. Canticchiò alcuni versi di una vecchia canzone di contrabbandieri dell’est:

Sul confine
sarà la pioggia a lavarci
e il sole ad asciugarci
La foresta ci proteggerà
contro le pallottole
E il vento soffocherà
l’eco dei nostri passi...*


Poi riattaccò.

(* Canzone popolare polacca tratta da L’Amante dell’orsa maggiore, Medusa, gennaio 1942).

Massimo Carlotto

© 2006 edizioni e/o Roma.

 

 

 

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INTERVISTA
 

Cagliari 28/09/2006 – Intervista di Andrea Melis (apparsa su La Nuova Sardegna del 29 settembre 2006)

Lunedì 2 Ottobre arriva nelle librerie il nuovo romanzo di Massimo Carlotto, La Terra della mia anima. Un libro che ci porta alla scoperta di Beniamino Rossini, malavitoso d’altri tempi ma anche amico fraterno di Massimo Carlotto, ucciso da un cancro pochi mesi fa dopo una vita da romanzo sviscerata per intero in questo libro. Protagonista della serie dell’Alligatore e personaggio molto amato dai lettori, in pochi sapevano che è esistito davvero. Chi scrive lo conosceva e prova a raccontarvi l’uomo attraverso una chiacchierata con l’autore.

- Una vita avventurosa tra terra, aria e acqua, dalla Sicilia alla Grecia, dalla Spagna al Libano. Quante storie di Beniamino non conosceva nemmeno Carlotto?

Alcune erano inedite perfino per me e comunque prima di decidere di raccontare tutta la sua vita aveva preferito svelare gli aneddoti e le avventure meno impegnative dal punto di vista personale. È stata una scelta molto coraggiosa scavare così a fondo nella sua vita ma Beniamino è sempre stato un uomo franco e convinto della necessità di condividere la memoria.

- Un contrabbandiere che gioca a guardie ladri con i finanzieri ma dove tutti rispettavano certe regole. Poi anche questo mondo cambia. E’ anche una storia del crimine questo libro?

Senz’altro, ed è stato uno dei motivi che mi hanno convinto a scriverlo. La criminalità si trasforma a seconda dei cambiamenti della società in cui si è sviluppata. In questo senso attraverso la storia del contrabbando e dei rapinatori mi è stato possibile offrire un affresco di questo paese da un punto di vista insolito ma per certi versi acuto.

- Contrabbando di sigarette, diamanti, liquori ma mai droga o donne. Né tollerava stupratori, mafiosi, spacciatori. Sembra quasi rassicurante quel vecchio modo di delinquere…

Premesso che di quella criminalità nessuno sente la mancanza va sottolineata la differenza in termini di pericolosità con quella attuale. Oggi è impossibile affiancare il termine romantico a una malavita sempre più organizzata e nemica del vivere civile. Ho usato il personaggio di Rossini nei romanzi dell’Alligatore proprio per evidenziare questo aspetto. Mentre Beniamino si può tranquillamente definire l’ultimo romantico di una illegalità che non esiste più.


- Nel romanzo affiorano riflessioni profonde che si intrecciano alla storia. Lei ha intervallato le avventure con dei corsivi che portano dritto nei pensieri di Beniamino. Come è nata questa scelta narrativa?


Sono riflessioni frutto di discorsi che abbiamo fatto prima e dopo la raccolta del materiale per il romanzo. Mi sono sembrati importanti per completare la sua figura e soprattutto per permettere al lettore di farsi un’idea precisa di un uomo che sceglie il crimine come modello di vita con tutte le conseguenze e le contraddizioni che comporta. Ho voluto scrivere rispettando fino in fondo il suo punto di vista e le parti in corsivo offrono spunti per riflessioni che vanno oltre il suo racconto.

- Come ha selezionato i racconti?

Ne ho parlato a lungo con Beniamino e li abbiamo scelti insieme. Non tutti gli episodi raccontati erano adatti a essere sviluppati nella forma del romanzo. La scelta è ricaduta su quelli che più utili a dare senso alla narrazione e a raccontare quegli anni. Non è stato facile ma certamente utilizzerò un futuro altri spezzoni di racconto nella serie dell’Alligatore.

- Un tema ben presente è la politica fatta di sezioni di partito e lacrime per la morte di Togliatti, roba lontana anni luce…

Beniamino Rossini ha fatto parte di quel mondo che oggi non esiste più ma che ha formato e ancora oggi rappresenta le radici di una grande massa di persone. Colpisce il fatto che contrabbandieri avessero la tessera del partito e che un malavitoso abbia conservato questo retroterra culturale che, a mio avviso, gli ha permesso di saper distinguere le varie facce dell’universo criminale. Questo aspetto politico del personaggio permette anche di recuperare memoria rispetto ad avvenimenti che hanno segnato la vita italiana e che sono conosciuti solo da chi li ha vissuti.


- Beniamino colpisce per la dignità davanti alla morte. Più volte sente di dover chiudere dei conti col passato ma non lo fa. Sarebbe troppo comodo. Cosa muoveva un uomo così?

Un’etica scaturita da un retroterra culturale ben preciso. L’aver fatto parte di mondi in cui amicizia e solidarietà e la netta consapevolezza del concetto di ingiustizia sociale erano i presupposti fondanti gli hanno fornito gli strumenti per affrontare la morte con una lucidità fuori dal comune.

- E poi gli amori di Beniamino. Un figlio mai conosciuto, una moglie da fotoromanzo poi abbandonata e alla fine il vero amore trovato in un night. Sembra incredibile.

Un’esistenza così avventurosa in cui il viaggio e la continua conoscenza di persone diverse rappresentano la quotidianità porta a sviluppare una sorta di eccezionalità nei rapporti personali. Ben lontana dal senso comune che conosciamo. Anche su questo aspetto Beniamino ha dimostrato coraggio nel voler raccontare aspetti tanto intimi ma fondamentali per riuscire a capire la varia umanità di quegli ambienti.


- Carlotto il carcere è un tema molto presente nelle sue opere ma stavolta lo affronta di petto. Mafie, soprusi, aids, violenze. Racconti agghiaccianti.


E’ stato un desiderio di Beniamino voler affrontare il tema della detenzione. D’altronde aveva scontato oltre 15 anni di carcere e quell’esperienza non poteva essere esclusa e l’intento del suo racconto era quello di evidenziare alcuni momenti fondamentali della storia carceraria italiana.


- Questo romanzo entra intimamente nella vita di Massimo Carlotto Fuggiasco. E’ stato duro scriverlo?

Sì. Certamente è stato il mio romanzo più difficile perché da un lato dovevo fare attenzione a rispettare il pensiero di Rossini in ogni suo singolo aspetto e dall’altro dovevo fare i conti con la consapevolezza della malattia e la morte di un carissimo amico.


- A un certo punto nel libro salta fuori proprio lei visto però dagli occhi di Beniamino. Com’è stato raccontarsi così?
Mi sono distaccato da me stesso e sono diventato un personaggio raccontato da Beniamino. Mi era già capitato quando avevo scritto la sceneggiatura del Fuggiasco. A volte il mestiere aiuta.


- Beniamino dice che alcuni libri gli hanno cambiato la vita. Questo per lui sarebbe stato il più importante. Ha fatto in tempo a leggerlo?

Purtroppo no. La malattia è stata più veloce dei tempi di scrittura e quelli editoriali. Però sono convinto che lo avrebbe apprezzato. L’ho scritto con grande affetto anche se, per correttezza, ho mantenuto lo stile scarno del suo racconto.

- Con Beniamino lei ha perso un caro amico. Cosa significa l’amicizia quando si hanno vissuto vite come le vostre?

Si tratta di un’amicizia nata in una situazione complessa e difficile ma per molti versi non è differente da altre. Però con Beniamino ho perso l’unica persona con cui potevo condividere alcuni territori della memoria. Anche per questo sentirò la sua mancanza.

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UN RICORDO di BENIAMINO:

Nella foto Andrea, Beniamino, Enrico e Massimo a Monfalcone nel 2004

Ho conosciuto Beniamino una sera di settembre di due anni fa a Monfalcone.
Vedersi davanti quello che era sempre stato un eroe di carta fece subito uno strano effetto.
L’occhio andò per riflesso alla ricerca dei braccialetti d’oro, dei segni di una vita avventurosa, del rigonfiamento di un revolver sotto la giacca. Invece era un elegante signore persino timido. Però aveva occhi risoluti sopra il sorriso dolce.
Con alcuni amici lo tenemmo in ostaggio tutta la notte. Ci scolammo un’intera bottiglia di grappa e restammo ore a sentire i suoi racconti avventurosi. Non lo lasciavamo andare a dormire.
Anche tornati in albergo lo trattenemmo al lungo pregandolo di continuare.
Lui era già dentro l’ascensore e noi col piede tenevamo ferme le portine della cabina. Non ricordo più quante volte provarono a chiudersi sotto i nostri nasi, col terrore che quei racconti terminassero.


Lui si concesse volentieri finché semplicemente chiese scusa, disse che era stanco, e lo lasciammo salire.
Lo rividi un paio di altre volte con vero piacere e sperai sempre di poter godere ancora dei suoi racconti.
Mai avrei immaginato che sarebbero continuati solo attraverso le pagine di questo romanzo una volta che lui non sarebbe stato più qui.
L’ultima volta lo vidi a Cagliari alcuni mesi fa, durante lo spettacolo di Carlotto "Cristiani di Allah".
Sapevo già della malattia ma mi sembrò il Beniamino di sempre.
Il ricordo che conservo di lui è un anello sfumato di rosso.
Beniamino era diventato negli ultimi anni un maestro vetraio. Acquistai alcuni suoi lavori soffiati in vetro di murano perché mi affascinava pensare che quelle mani capaci di sparare sapessero anche creare oggetti così fragili. Oggi ripensandoci credo che questa sia l’immagine che lo rappresenti meglio. Ho pensato a lungo a Massimo e a quanto dev’essere stata dura scrivere questo libro. Leggerlo è stato come appoggiarsi all’orecchio una conchiglia dove si può sentire la voce di Beniamino scorrere per l’ultima volta e portare a termine quei racconti mescolati al rumore della montagna e del mare.

Andrea Melis

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RECENSIONI E INTERVISTE:

In questa sezione raccoglieremo tutta la rassegna stampa relativa al romanzo man mano che i pezzi usciranno. E' da considerarsi perciò in costante aggiornamento. Le pagine a cui vi rimandano sono quelle del sito ufficiale della casa editrice di Massimo Edizioni eo
Se avete recensioni da segnalarci le pubblicheremo quanto prima! Grazie.

DATA
TITOLO E AUTORE
TESTATA
22 ottobre 2006
Thriller Magazine
22 ottobre 2006
Carlotto "Dietro le Quinte",  a cura di Mauro Smocovich
Thriller Magazine
13 ottobre 2006
“La terra della mia anima”, di Giorgio Maimone
Il Sole 24 Ore
12 ottobre 2006
L'eccezione Rossini, il bandito idealista, di Michele De Mieri
L'Unità
04 ottobre 2006
La terra della mia anima, di Irene Merli
Tribe
03 ottobre 2006
La Gazzetta del Mezzogiorno
03 ottobre 2006
Il mio bandito dal cuore rock - Nel nuovo romanzo di Carlotto la storia di un ribelle realmente esistito, di Ida Bozzi
Corriere della sera
30 settembre 2006
Carta
30 settembre 2006
Il Manifesto
29 settembre 2006
Left Avvenimenti
29 settembre 2006
Left Avvenimenti
29 settembre 2006
Liberazione
29 settembre 2006
Racconto vita e avventure del mio compagno di cella, di Lara Crinò Il Venerdì di Repubblica
29 settembre 2006
L'Altra faccia dell'Alligatore, di Andrea Melis
La Nuova Sardegna
28 settembre 2006
"La terra della mia anima" racconta l’emblematica fine di Beniamino, di Nicolò Menniti-Ippolito
Il Mattino di Padova
28 settembre 2006
"Io, Beniamino Rossini" Un romanzo vero, di Celestino Tabasso
L'Unione Sarda
15 settembre 2006
La terra della mia anima, di Iaia Caputo
FLAIR
15 settembre 2006
La storia di un contrabbandiere, di Mauro Zola
NOIR MAGAZINE
15 settembre 2006
La terra della mia anima, di Mauro Zola
NOIR MAGAZINE
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