|
Nella Sardegna degli anni'60, una ragazza viene stuprata da un
gruppo di giovani della Cagliari-bene (gli Spider Boys, appunto);
il processo che segue, si risolve, come d'uopo, in un nulla di fatto:
gli stupratori vengono assolti e la vittima criminalizzata.
Quando la cronaca diventa teatro, i teatranti devono fare i conti
con l'essenza del loro operare: la finzione, la messa in scena,
la rappresentazione della realtà.
I "nodi" giudiziari e politici, corrono spesso il rischio di avere
a che fare con una forma di spettacolo che si autodefinisce "di
narrazione", ma che forse con essa ha ben poco a che fare. In questo
caso la nostra riflessione, oltre che sul fatto in sé, ruota attorno
al meccanismo che rischia di trasformare la cronaca unicamente in
"operazione di mercato", in prodotto dell'arte e dell'ingegno "drammaturgico".
Il metro di questa riflessione è la morale noir. Nella nostra società
è diventato quasi improponibile parlare di morale. Il genere noir
rappresenta un modo per farlo, scardinando e sovvertendo ogni regola,
ogni forma istituzionale e d'arte per poter ricercare la verità
reale e assoluta, sconfinando nell'ambiguità concettuale del bene
e del male. Infatti non c'è nessun ordine da ricomporre, non si
torna mai al punto di partenza, la realtà del senso comune è un
continuo frantumarsi in schegge impazzite di cui si perde il conto
e la sostanza.
Nel caso degli Spider Boys la verità processuale, per sua stessa
accezione, è una verità parziale, convenzionale, nata dal contraddittorio
tra le parti. Affrontare da questo punto di vista una vicenda giudiziari
di quarant'anni fa, significa aggredire quel concetto verità/memoria,
ufficializzato dal timbro del tribunale. L'attore in scena è il
male, alla ricerca di un male ancora più forte che possa contrastarlo
e cambiarne i connotati.
La narrazione si lega apparentemente a strutture note o tradizionali
ma è solo una forma della sovversione della verità. Quella senza
lieto fine, quella vera, pura della vittima. L'unico personaggio
che può raccontare con esattezza come si svolsero i fatti.
|
|
Vito Biolchini: nato a Cagliari
nel 1970, giornalista dell'emittente cagliaritana Radiopress, collabora
tra gli altri con L'Espresso, il Manifesto e l'inserto Metropolis
de L'Unità.Autore di diverse pubblicazioni, scrive con Elio Turno
Arthemalle numerose piéce teatrali incentrate per lo più su cronache
e storie della propria terra e della propria città, ed altre di
ispirazione classiche come le Argonautiche o il Don Chisciotte.
Elio Turno Arthemalle: attore
teatrale dal 1986, lavora stabilmente a Cagliari dove fonda la Compagnia
Teatrale riverrun. Dal '93 collabora con Biolchini, con cui ha scritto,
tra gli altri, Buenos Aires non finisce mai, tratto dal romanzo
Le Irregolari di Massimo Carlotto, e portato in scena da Ottavia
Piccolo per la regia di Silvano Piccardi.
Lorenzo Perra: tecnico luci
dalle poliedriche capacità nel campo dell'illuminotecnica. Macchinista
e scenografo capace di adattarsi ogni volta alle esigenze e possibilità
drammaturgiche del gruppo. Si mette alla prova, in queta occasione,
misurandosi con gli strumenti dell'attore.
|