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- RACCONTI -
(Antologie, racconti on-line, storie)

Amore e odio di un gitano a Guernica

La guerra di Spagna in un inedito di Massimo Carlotto

(Apparso su L'Unione Sarda del 9 Luglio 2000)

Il gitano attendeva in silenzio di inquadrarlo nel mirino. Non avrebbe esitato a tirare il grilletto, quantomeno per farlo tacere. Dal bombardamento di Guernica aveva parlato poco. Giusto per comunicare. Ma nessuno glielo aveva fatto notare. Dopo l'entusiasmo iniziale che aveva istigato canti e fanfaronate, la dura realtà della guerra civile aveva portato il silenzio della paura nei cuori dei giovani soldati. E gli strumenti della banda erano stati abbandonati nel corso della prima ritirata. Solo un italiano aveva testardamente conservato il suo violino ma a Valladolid non gli fu di nessuna utilità per salvare la pelle. Qualcuno toccò la spalla del gitano. Lui si voltò e vide una giovane donna. ««Ci stiamo ritirando»» gli aveva detto calma. Poi, guardandolo con curiosità, aveva aggiunto «Che mondo è mai questo se anche i gitani fanno la guerra?»». Lui non rispose. Né allora, né mai. Ma si innamorò. Lei era basca, figlia dei profumi di pini e del mare di Ondorroa. Una sera sciolse i capelli raccolti sotto il basco e la cercò. E ora lei era su quel treno. Stava tornando da lui. Avrebbero abbandonato la pazzia dell'Europa con l'ultimo piroscafo in partenza da Marsiglia. In tasca un indirizzo di Buenos Aires. Quando pensava a lei non riusciva a non essere gitano, e le frasi d'amore erano le stesse che avevano usato suo padre e suo nonno. «Smancerie da zingari» tagliava corto la basca ma adorava sentirle pronunciare al buio, in quello spagnolo smozzicato e veloce del sud. Frasi che narravano di segreti di regine per farsi trasportare dal vento e di storie d'amore belle e tristi.


Quando avvistò la sagoma della locomotiva si commosse. E quando lei scese cercandolo tra la folla il suo cuore di gitano scoppiò d'amore, e fu solo per caso che notò la barba ispida del capitano Arciniega, detto il cabezòn, che da anni gli dava la caccia. Implacabilmente. Era una faccenda personale. Lo zingaro aveva ucciso il fratello dell'ufficiale in un vicolo di Bilbao. L'esercito repubblicano era in ritirata, gli zuavi premevano la retroguardia del Quinto Reggimento alla periferia della città nel tentativo di accerchiarla. Il gitano rimase isolato nella città vecchia e per ricongiungersi ai suoi compagni si fece largo sparando all'impazzata nella luce incerta dell'alba. Fulminò un tenentino e gli rubò la pistola. Poi si mise a correre senza voltarsi indietro. Non vide il nemico ma sentì il fischio delle pallottole e le grida di dolore di Arciniega.


Strinse la mano destra intorno al calcio dell'Astra calibro nove, la stessa che aveva preso al fratello del capitano. Il dolore e la rabbia per il tradimento aveva preso il posto dell'amore. "Non dovevi farlo amore mio, non dovevi" pensò mentre si avvicinava alla carrozza. Sparò prima a lei. Tirò dolcemente il grilletto, con la stessa tenerezza con cui un tempo le accarezzava il seno. La ragazza si afflosciò senza un grido. Arciniega morì come il fratello, la stessa espressione di stupore su quella faccia da traditore asturiano.
Fuggì. Neppure a Buenos Aires si fermò. Non era più il vento a portarlo da un luogo all'altro senza meta ma il dolore. Sposò una donna. Quando lei allattava il figlio, lui voltava la testa e guardava lontano. Fuggì anche da loro. Si tolse gli orecchini e si tagliò i capelli per assomigliare a un gagé. Da tempo non meritava più di essere un gitano. Si preoccupò di lasciare tracce evidenti del suo passaggio e alla fine lo trovarono. Accadde ad Antofagasta. Uscì dalla baracca dove viveva per dirigersi come ogni mattina alle miniere di salnitro. Due stranieri gli sbarrarono la strada e quando sentì il più vecchio implorare: «No, Ixpateguirri, lascialo a me» capì che tutto avrebbe avuto fine quel giorno.
«Siete venuti per lei, vero?» domandò.
«Era nostra sorella» rispose uno.
«Siamo diventati vecchi cercandoti. Il viso di nostra sorella ormai lo ricordiamo appena» aggiunse l'altro.
«Era così importante questa vendetta?» domandò il gitano per curiosità. In realtà si sentiva sollevato all'idea di essere ammazzato..
«Proprio tu lo chiedi?» ribatté il più giovane. «Non hai esitato a sparare. E lei era innocente».
Lui impallidì e rimase in silenzio ad aspettare che l'altro continuasse.
«Al paese arrivò un prete. Il nostro se l'era portato via il tifo. Il nuovo era giovane e dai modi gentili. In realtà era un ufficiale dell'esercito. Nostra sorella gli confessò il suo peccato più grande: abbandonare Euskadi per fuggire con un gitano».
Conoscere la verità gli fece diventare il cuore piccolo e duro come un sasso. Capì che quel giorno sarebbe morto comunque. A certi errori non si sopravvive.
«Per cosa morirò, oggi» chiese comunque ai due baschi. «Per averla uccisa o perché lei voleva fuggire con me?».
«Che differenza fa?» domandò a sua volta il più anziano. «La vendetta con gli anni diventa un sentimento confuso. Si deve fare e basta. Per dare la pace ai morti e permettere ai vivi di continuare a campare». Parlando sciolse il nodo di un fazzoletto impolverato ed estrasse un lungo coltello. Il gitano si guardò i piedi e si chiese se doveva morire come gli aveva insegnato suo padre o come un gagè. Decise di punirsi un'ultima volta e chiuse gli occhi. Sentì la lama di Burgos che si insinuava tra le costole e avrebbe preferito che la mano fosse più giovane per soffrire di meno. Morì maledicendo i preti, l'amore e il vento.

Il suo giustiziere gli coprì il volto con il fazzoletto che aveva custodito il coltello. Poi i due baschi imboccarono la via del ritorno. Si imbarcarono a Buenos Aires e sbarcarono a Tolone. Valicarono i Pirenei camminando di notte per sfuggire alle pattuglie franchiste. Giunti al paese si recarono al cimitero. Di fronte alla tomba della sorella masticarono stancamente tra i denti le parole della vendetta compiuta. Infine entrarono nell'osteria della piazza e, tra un bicchiere e l'altro, si misero a narrare le meraviglie e le stranezze del mondo dall'altra parte del mare. Raccontarono anche la storia di un gitano che un giorno era salito su un treno che andava dalla parte sbagliata, come tutta la sua vita.

Massimo Carlotto
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