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Il gitano attendeva in silenzio di inquadrarlo nel mirino. Non avrebbe
esitato a tirare il grilletto, quantomeno per farlo tacere. Dal bombardamento
di Guernica aveva parlato poco. Giusto per comunicare. Ma nessuno glielo
aveva fatto notare. Dopo l'entusiasmo iniziale che aveva istigato canti
e fanfaronate, la dura realtà della guerra civile aveva portato il silenzio
della paura nei cuori dei giovani soldati. E gli strumenti della banda
erano stati abbandonati nel corso della prima ritirata. Solo un italiano
aveva testardamente conservato il suo violino ma a Valladolid non gli
fu di nessuna utilità per salvare la pelle. Qualcuno toccò la spalla del
gitano. Lui si voltò e vide una giovane donna. ««Ci stiamo ritirando»»
gli aveva detto calma. Poi, guardandolo con curiosità, aveva aggiunto
«Che mondo è mai questo se anche i gitani fanno la guerra?»». Lui non
rispose. Né allora, né mai. Ma si innamorò. Lei era basca, figlia dei
profumi di pini e del mare di Ondorroa. Una sera sciolse i capelli raccolti
sotto il basco e la cercò. E ora lei era su quel treno. Stava tornando
da lui. Avrebbero abbandonato la pazzia dell'Europa con l'ultimo piroscafo
in partenza da Marsiglia. In tasca un indirizzo di Buenos Aires. Quando
pensava a lei non riusciva a non essere gitano, e le frasi d'amore erano
le stesse che avevano usato suo padre e suo nonno. «Smancerie da zingari»
tagliava corto la basca ma adorava sentirle pronunciare al buio, in quello
spagnolo smozzicato e veloce del sud. Frasi che narravano di segreti di
regine per farsi trasportare dal vento e di storie d'amore belle e tristi.
Quando avvistò la sagoma della locomotiva si commosse. E quando lei scese
cercandolo tra la folla il suo cuore di gitano scoppiò d'amore, e fu solo
per caso che notò la barba ispida del capitano Arciniega, detto il cabezòn,
che da anni gli dava la caccia. Implacabilmente. Era una faccenda personale.
Lo zingaro aveva ucciso il fratello dell'ufficiale in un vicolo di Bilbao.
L'esercito repubblicano era in ritirata, gli zuavi premevano la retroguardia
del Quinto Reggimento alla periferia della città nel tentativo di accerchiarla.
Il gitano rimase isolato nella città vecchia e per ricongiungersi ai suoi
compagni si fece largo sparando all'impazzata nella luce incerta dell'alba.
Fulminò un tenentino e gli rubò la pistola. Poi si mise a correre senza
voltarsi indietro. Non vide il nemico ma sentì il fischio delle pallottole
e le grida di dolore di Arciniega.
Strinse la mano destra intorno al calcio dell'Astra calibro nove, la stessa
che aveva preso al fratello del capitano. Il dolore e la rabbia per il
tradimento aveva preso il posto dell'amore. "Non dovevi farlo amore mio,
non dovevi" pensò mentre si avvicinava alla carrozza. Sparò prima a lei.
Tirò dolcemente il grilletto, con la stessa tenerezza con cui un tempo
le accarezzava il seno. La ragazza si afflosciò senza un grido. Arciniega
morì come il fratello, la stessa espressione di stupore su quella faccia
da traditore asturiano.
Fuggì. Neppure a Buenos Aires si fermò. Non era più il vento a portarlo
da un luogo all'altro senza meta ma il dolore. Sposò una donna. Quando
lei allattava il figlio, lui voltava la testa e guardava lontano. Fuggì
anche da loro. Si tolse gli orecchini e si tagliò i capelli per assomigliare
a un gagé. Da tempo non meritava più di essere un gitano. Si preoccupò
di lasciare tracce evidenti del suo passaggio e alla fine lo trovarono.
Accadde ad Antofagasta. Uscì dalla baracca dove viveva per dirigersi come
ogni mattina alle miniere di salnitro. Due stranieri gli sbarrarono la
strada e quando sentì il più vecchio implorare: «No, Ixpateguirri, lascialo
a me» capì che tutto avrebbe avuto fine quel giorno.
«Siete venuti per lei, vero?» domandò.
«Era nostra sorella» rispose uno.
«Siamo diventati vecchi cercandoti. Il viso di nostra sorella ormai lo
ricordiamo appena» aggiunse l'altro.
«Era così importante questa vendetta?» domandò il gitano per curiosità.
In realtà si sentiva sollevato all'idea di essere ammazzato..
«Proprio tu lo chiedi?» ribatté il più giovane. «Non hai esitato a sparare.
E lei era innocente».
Lui impallidì e rimase in silenzio ad aspettare che l'altro continuasse.
«Al paese arrivò un prete. Il nostro se l'era portato via il tifo. Il
nuovo era giovane e dai modi gentili. In realtà era un ufficiale dell'esercito.
Nostra sorella gli confessò il suo peccato più grande: abbandonare Euskadi
per fuggire con un gitano».
Conoscere la verità gli fece diventare il cuore piccolo e duro come un
sasso. Capì che quel giorno sarebbe morto comunque. A certi errori non
si sopravvive.
«Per cosa morirò, oggi» chiese comunque ai due baschi. «Per averla uccisa
o perché lei voleva fuggire con me?».
«Che differenza fa?» domandò a sua volta il più anziano. «La vendetta
con gli anni diventa un sentimento confuso. Si deve fare e basta. Per
dare la pace ai morti e permettere ai vivi di continuare a campare». Parlando
sciolse il nodo di un fazzoletto impolverato ed estrasse un lungo coltello.
Il gitano si guardò i piedi e si chiese se doveva morire come gli aveva
insegnato suo padre o come un gagè. Decise di punirsi un'ultima volta
e chiuse gli occhi. Sentì la lama di Burgos che si insinuava tra le costole
e avrebbe preferito che la mano fosse più giovane per soffrire di meno.
Morì maledicendo i preti, l'amore e il vento.
Il suo giustiziere gli coprì il volto con il fazzoletto che aveva custodito
il coltello. Poi i due baschi imboccarono la via del ritorno. Si imbarcarono
a Buenos Aires e sbarcarono a Tolone. Valicarono i Pirenei camminando
di notte per sfuggire alle pattuglie franchiste. Giunti al paese si recarono
al cimitero. Di fronte alla tomba della sorella masticarono stancamente
tra i denti le parole della vendetta compiuta. Infine entrarono nell'osteria
della piazza e, tra un bicchiere e l'altro, si misero a narrare le meraviglie
e le stranezze del mondo dall'altra parte del mare. Raccontarono anche
la storia di un gitano che un giorno era salito su un treno che andava
dalla parte sbagliata, come tutta la sua vita.
Massimo Carlotto
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