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- RACCONTI -
(Antologie, racconti on-line, storie)


Amore e odio di un gitano a Guernica

La guerra di Spagna in un inedito di Massimo Carlotto

(Apparso su L'Unione Sarda del 9 Luglio 2000)
Il treno non sarebbe arrivato prima di un'ora ma lui era già lì ad attenderlo. Il suo sguardo vagava lontano, oltre le rotaie che si inerpicavano sui fianchi opulenti dei Pirenei. Che era gitano lo si poteva capire solo scrutando la profondità dei suoi occhi neri ma quel giorno nessuno l'avrebbe notato. Italiani e tedeschi avevano appena invaso la Francia e quello era l'ultimo treno che attraversava il confine spagnolo. Addosso aveva ancora la giacca del quinto reggimento. Lui, figlio del vento, si era arruolato dopo aver seppellito la famiglia e i cavalli, vittime di quel destino che porta i nomadi a trovarsi, a volte, nel posto sbagliato. Ma Guernica, quel giorno, non lo sembrava davvero un posto sbagliato.
I parchi erano pieni di giovani stesi sui prati intenti a prendere il sole e a chiacchierare. I soldati erano tranquilli. I fucili appoggiati ai muri delle caserme sostenevano le giubbe con i colori della repubblica. Alcuni fumavano, altri si radevano o scrivevano lettere. Gli ufficiali passeggiavano lungo i viali, sfoggiando divise di buon taglio e guardando le ragazze. Chi avrebbe mai immaginato che, di lì a poco, la terra si sarebbe sollevata così in alto da raggiungere il cielo.
Il gitano sentì il rumore degli aerei, alzò gli occhi e vide il cielo oscurato di apparecchi, poi tornò a cesellare i finimenti. La guerra era una creatura dei gagé e non erano certo affari loro se quei pazzi avevano deciso di scannarsi. Uno Stuka tedesco si staccò dallo stormo e puntò il gruppo di carri coperti e di cavalli ungheresi. Il pilota azionò la sirena dell'attacco, lanciò la bomba e scaricò le mitragliere. L'aviatore era un volontario, era fermamente convinto che gli zingari appartenessero a una razza inferiore ma non fu quello il motivo che lo spinse a sceglierli come obiettivo. Quel giorno a Guernica si sperimentava, per la prima volta nella storia, il bombardamento aereo di una città e agli occhi del giovane tedesco quell'agglomerato di uomini, cose e animali sembrò interessante ai fini del progresso della scienza militare.
Della città rimase in piedi ben poco. Cittadini e soldati si aggiravano tra le macerie e le vittime travolti dallo stupore della novità. In guerra è sempre così, l'orrore colpisce e indigna la prima volta, poi diventa routine. Il gitano si tolse la terra dai capelli e si guardò attorno. Cantò per i suoi morti. Poi prese una pala e iniziò a scavare. Alla fine si presentò in una caserma di cui era rimasto in piedi il comando. Si trattava del Quinto Reggimento. Lo scelse perché erano tutti stranieri. Come lui. Anche se era nato ad Almoradì a due passi da Alicante.
««Che te ne importa della repubblica?»» gli domandò un sergente italiano dall'accento triestino. Lui alzò le spalle e non rispose. Indossare una divisa era solo un modo veloce per morire. Di certo non imbracciava il fucile per vendicarsi. La legge della sua gente gli imponeva di punire l'unico vero responsabile ma quando era stata scritta gli aerei non esistevano ancora. Gli uomini erano uomini e non ferraglia volante e ammazzare era faticoso, ci voleva fegato. Il sottufficiale attese la risposta, poi si stancò e timbrò il certificato di arruolamento.
Per il gitano non fu agevole abituarsi alla vita militare. Imposizioni e regole stupide, senza senso. Fantaccini senza dignità, pronti a ubbidire e a morire. La cosa che gli pesava di più era dover dormire nelle camerate. Ma presto arrivò il battesimo del fuoco e le notti trascorse sotto tende vecchie e sbrindellate. Era un esercito di straccioni e mangiare divenne un problema serio quanto il nemico. Il fronte si spostava continuamente. Ma per il gitano le strategie dei generali e gli esiti delle battaglie erano solo altri insondabili misteri dei gagé. Una mattina si ritrovò a sparare dal campanile di una chiesa di Huesca dove non si era mai inginocchiato. Tentava di stanare un prete franchista dal tetto della vicina cattedrale. L'uomo di Dio aveva una mira temibile e aveva già ferito due francesi e un norvegese. Ogni tanto si sentiva la sua voce invocare l'aiuto del Signore e di Francisco Franco.
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