| Che cosa sente il superstite
di una morte violenta che gli strappa senza logica le persone che ama?
Che cosa si aspetta dall’istituzione che dovrebbe occuparsi del
suo dramma? Cosa diventa? Di cosa deve nutrirsi per sopravvivere?
Sono solo alcune delle domande che il nuovo romanzo di Massimo Carlotto,
L’oscura immensità della morte (edizioni e/o, pagg. 177,
13 euro), pone con urgenza fin dalle prime pagine.
Silvano Contin ha perso sua moglie e il suo bambino, gratuitamente uccisi
da due balordi in fuga dopo una rapina. Uno, Raffaello Beggiato, l’hanno
preso; l’altro è riuscito a scappare. Condannato all’ergastolo,
Beggiato tace il nome del complice per quindici anni. È questa
reticenza (e quindi la speranza che la giustizia prima o poi raggiunga
anche il colpevole impunito) a tenere vivo Silvano nel tempo. La madre
di Beggiato vende il nome del complice in cambio del perdono di Silvano,
indispensabile affinché suo figlio, ammalatosi nel frattempo di
cancro, ottenga la grazia e muoia da uomo libero. Silvano allora s’infila
nella vita del complice. Se la prende. La occupa. Ne fa quello che vuole
e la devasta, attuando un progetto distruttivo che travolgerà chiunque
incrocerà il suo cammino, con sviluppi raggelanti e un finale imprevisto,
che non rivelerò.
Questo è dunque un libro sulla colpa e la punizione, sulla responsabilità
e il dolore abbandonato a se stesso dopo che la giustizia ha fatto il
poco che sa fare.
Carlotto racconta come redigesse un verbale, limitando la scrittura al
puro riferimento dei fatti, quasi non fosse possibile alcun coinvolgimento,
alcuna partecipazione emotiva alla realtà che macina e dimentica.
Spesso procede per sunti e semplificazioni, come soffrisse di una sorta
d’insofferenza verso la riflessione, il pensamento: in una parola,
il rimorso (perché è questo che il pensare produce più
spesso: meglio agire, allora, meglio fare, e fare prima che il pensiero
possa impedircelo). Non è un caso che i passaggi meno convincenti
del libro siano quelli in cui la scrittura tende verso registri non suoi
(ad esempio nel tornare troppo spesso, e senza che se ne avverta veramente
la necessità, sull’immagine richiamata dal titolo). È
piuttosto nell’intonazione anaffettiva e gelida del linguaggio che
Carlotto riesce ad inchiodarci alla pagina, montando una valanga emotiva
che dalla pietà arriva fino all’orrore che sconvolge e disarma.
Non c’è consolazione né fine in questo bellissimo
romanzo, come non può esserci fine a un dolore partorito da un
male ingiustificabile.
Come nel precedente Arrivederci amore, ciao (altro notevolissimo lavoro
che dimostrava l’evanescenza della linea di demarcazione fra società
civile e criminale), qui il contesto in cui si svolgono i fatti (il solito
Nord – Est da sempre bersagliato dall’autore) è percepibile
nell’incombenza di una società guasta, incapace di difendere
e punire costruttivamente, e nella quale ognuno, a proprio modo, è
colpevole.
L’oscura immensità della morte è un romanzo feroce,
coraggioso e disperato, da cui si esce inquieti, e un po’ meno sicuri
di prima.
Diego De Silva
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