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L'oscura Immensità della morte
di Diego De Silva
(Il Mattino)

Che cosa sente il superstite di una morte violenta che gli strappa senza logica le persone che ama? Che cosa si aspetta dall’istituzione che dovrebbe occuparsi del suo dramma? Cosa diventa? Di cosa deve nutrirsi per sopravvivere?
Sono solo alcune delle domande che il nuovo romanzo di Massimo Carlotto, L’oscura immensità della morte (edizioni e/o, pagg. 177, 13 euro), pone con urgenza fin dalle prime pagine.
Silvano Contin ha perso sua moglie e il suo bambino, gratuitamente uccisi da due balordi in fuga dopo una rapina. Uno, Raffaello Beggiato, l’hanno preso; l’altro è riuscito a scappare. Condannato all’ergastolo, Beggiato tace il nome del complice per quindici anni. È questa reticenza (e quindi la speranza che la giustizia prima o poi raggiunga anche il colpevole impunito) a tenere vivo Silvano nel tempo. La madre di Beggiato vende il nome del complice in cambio del perdono di Silvano, indispensabile affinché suo figlio, ammalatosi nel frattempo di cancro, ottenga la grazia e muoia da uomo libero. Silvano allora s’infila nella vita del complice. Se la prende. La occupa. Ne fa quello che vuole e la devasta, attuando un progetto distruttivo che travolgerà chiunque incrocerà il suo cammino, con sviluppi raggelanti e un finale imprevisto, che non rivelerò.
Questo è dunque un libro sulla colpa e la punizione, sulla responsabilità e il dolore abbandonato a se stesso dopo che la giustizia ha fatto il poco che sa fare.
Carlotto racconta come redigesse un verbale, limitando la scrittura al puro riferimento dei fatti, quasi non fosse possibile alcun coinvolgimento, alcuna partecipazione emotiva alla realtà che macina e dimentica. Spesso procede per sunti e semplificazioni, come soffrisse di una sorta d’insofferenza verso la riflessione, il pensamento: in una parola, il rimorso (perché è questo che il pensare produce più spesso: meglio agire, allora, meglio fare, e fare prima che il pensiero possa impedircelo). Non è un caso che i passaggi meno convincenti del libro siano quelli in cui la scrittura tende verso registri non suoi (ad esempio nel tornare troppo spesso, e senza che se ne avverta veramente la necessità, sull’immagine richiamata dal titolo). È piuttosto nell’intonazione anaffettiva e gelida del linguaggio che Carlotto riesce ad inchiodarci alla pagina, montando una valanga emotiva che dalla pietà arriva fino all’orrore che sconvolge e disarma. Non c’è consolazione né fine in questo bellissimo romanzo, come non può esserci fine a un dolore partorito da un male ingiustificabile.
Come nel precedente Arrivederci amore, ciao (altro notevolissimo lavoro che dimostrava l’evanescenza della linea di demarcazione fra società civile e criminale), qui il contesto in cui si svolgono i fatti (il solito Nord – Est da sempre bersagliato dall’autore) è percepibile nell’incombenza di una società guasta, incapace di difendere e punire costruttivamente, e nella quale ognuno, a proprio modo, è colpevole.
L’oscura immensità della morte è un romanzo feroce, coraggioso e disperato, da cui si esce inquieti, e un po’ meno sicuri di prima.

Diego De Silva


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