UNA CITTADINA NEL RICCO NORD-EST D’ITALIA.
GLI ANTEFATTI IN UN BREVE PROLOGO: UNA rapina in una gioielleria, è
il 1989, Raffaello Beggiato e il complice scappano prendendo in ostaggio
una donna con un bambino. Beggiato li uccide entrambi, il complice riesce
a fuggire. Condanna all’ergastolo per Beggiato che addossa al
complice la colpa, pur rifiutandosi di fare il suo nome. Quindici anni
dopo sono le voci di Raffaello Beggiato e quella di Silvano Contin,
marito della donna uccisa e padre del bambino, che ci dicono che cosa
si prova dopo una strage, quando non è solo la vita delle vittime
che finisce.
Nero, nerissimo, il nuovo romanzo di Massimo Carlotto, “L’oscura
immensità della morte”. A iniziare dal titolo, che è
poi il buio che vede la moglie di Contin, mentre muore. “Non vedo
più nulla, ho paura, ho paura, aiutami, è buio”,
sono le sue ultime parole che Silvano continua a sentire ossessivamente,
ma il buio circonda anche la nuova vita di Silvano, se vita si può
chiamare. Faceva il rappresentante di vini, adesso ha aperto una bottega
di “Tacco svelto”; amava vestirsi bene, ora compera gli
abiti ai grandi magazzini, non frequenta più nessuno, una volta
al mese sesso squallido con la prostituta che era la donna di Beggiato.
E’ prigioniero di una routine tanto quanto Beggiato in carcere,
non c’è futuro per nessuno dei due. Eppure Raffaello Beggiato,
ammalato di cancro, osa pensare ad un breve e colorato futuro- magari
in Brasile, se Silvano Contin acconsente alla sua richiesta di sospensione
della pena. Ha una voce strafottente, Beggiato, ineducata e volgare,
una misera scelta di vocaboli, molto turpiloquio, in contrasto con quella
grigia, gelida, spinosa di Silvano Contin.
E comunque Silvano rifiuta qualunque consenso. Finché si accorge
che, se riesce a sapere il nome del complice, lui potrebbe vendicarsi.
Non diciamo altro, al solito, sulla trama, tesissima, che fa precipitare
il lettore in un buio sempre più fondo insieme ai personaggi,
anzi, insieme a Contin, preso da lucida follia vendicativa, mentre Beggiato
trova un qualche riscatto accollandosi la responsabilità di altre
due morti oltre a quelle che già c’erano state.
Eppure l’impressione definitiva è che non ci sia salvezza
per nessuno, non certamente per Contin che da vittima si è trasformato
in un carnefice, non per Beggiato, miserabile assassino strafatto di
coca che ha ucciso senza neppure sapere quello che faceva, non per il
complice che ha continuato per quindici anni a lavarsi la coscienza
nella tintoria messa su con i soldi della rapina. L’immensità
oscura è della vita come della morte.