| Il colpevole
e il suo esatto contrario: l’innocente.
Uno è l’assassino. Durante una rapina, prende in ostaggio
una donna e il suo bambino di otto anni.
Spara e uccide entrambi. Viene condannato all’ ergastolo.
L’altro è la vittima. Il marito e il padre. L’ uomo
a cui improvvisamente viene rubata l’esistenza. Non trova pace.
Il dolore non gli concede tregua.
Anni dopo, il colpevole, scopertosi malato di tumore, chiede la grazia.
Vorrebbe vivere quel poco che gli resta da uomo libero. Invoca il perdono
del marito-padre a cui ha tolto tutto.
Ora però è necessario fare i conti con la sofferenza. E’
essenziale tirare le somme di anni massacrati dall’oscura immensità
della morte. Il cancro affonda le radici in entrambi. Nella carne dell’ergastolano
e nella mente dell’innocente. Nel primo, determinerà una
scadenza, nel secondo, una protratta sete di vendetta. I sentimenti si
confondono, sciogliendosi e ricomponendosi in una massa indistinguibile.
Non si può più decidere se l’odio e la colpa proliferano
separatamente oppure convivano in un'unica piaga. Le parti si invertono
o si specchiano o si ammalano dello stesso male.
L’esistenza recita la parte più devastante di sé,
l’eclisse, la trappola nera dove tutto è dolorosamente possibile.
E dove tutto, improvvisamente, è soltanto l’amara conferma
di ciò che è, in fondo, l’essere umano. E quando l’uomo
deve confrontarsi con sentimenti potentissimi, è il momento in
cui forza e debolezza non contano abbastanza. E’ il momento in cui
nessuno è quel che era prima. E quell’uomo totalmente nuovo,
completamente distrutto e poi rimesso insieme dal dolore, dispone di mezzi
inaspettabili, di forze così umane e disumane da rendere evidente
che il limite è già stato superato.
La scrittura coraggiosa e profonda di Carlotto sembra affacciarsi nell’anima
dei personaggi e dentro allo squarcio provocato dal dolore. La complessità
di ciò che l’autore ci fa vedere, pare piegarsi sotto la
sensibilità di colui che l’ha sapientemente plasmata. Tutto
appare innocente e tutto appare colpevole in una strana forma di coerenza.
Quando arriva il momento di chiudere il romanzo e appoggiarlo in un nostro
angolo di casa, qualcosa rimane: il dubbio di chiedersi che cosa avremmo
fatto noi.
E la consapevolezza di non sapere, no, di non sapere proprio la risposta.
Patrizia Burra
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