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L'oscura immensità della morte
di Claudia Bonadonna
Apparso su RaiLibro dell'Aprile 2004
( http://www.railibro.rai.it/recensioni.asp?id=158)


Grazia, vendetta e perdono. L’ultimo noir di Massimo Carlotto al di là del Bene e del Male.

“...La grazia non è il premio della confessione, E’ un’opportunità di clemenza che considera l'interesse generale a far cessare una specifica pena, e solo la confusione demagogica delle idee fece inserire il rilievo del perdono della vittima. La grazia riguarda il rapporto del singolo condannato con le ragioni della legge. La vittima del delitto ha avuto dalla sentenza tutto ciò che le spettava”.
Giuseppe Maria Berruti Consigliere Corte di Cassazione (La Repubblica, 3 gennaio 2003)

“Ci sono giustizieri che, se la scienza scoprisse il modo, prolungherebbero di 1.000 anni la vita dei rei, arrivino a scontare i 1.000 anni a cui sono stati condannati. D'altronde, non l'ha già fatto Dio, gettando le basi dell'eternità affinché i reprobi potessero patire eternamente le pene dell'inferno?”
Rafael Sànchez Ferlosio

Prologo. 1989, una città del Nordest. Raffello Beggiato e un complice tentano la rapina della vita ai danni di un gioielliere di dubbia fama. Il colpo riesce ma la fuga si scontra con le attenzioni della polizia. I due sono su di giri, hanno sniffato coca per tutto il pomeriggio e si sentono invincibili. Sequestrano una macchina con il suo prezioso carico: una giovane madre e il suo bambino Ad un posto di blocco, snervati dalle trattative con gli agenti, non esitano a fare fuoco sugli ostaggi, uccidendoli. In tribunale Beggiato non parla, vuole proteggere il compagno scampato all’arresto e custode del bottino. Sul suo fascicolo processuale il timbro rosso del giudice brucia come una condanna divina: “fine pena: mai”.

“Erano anni che volevo scrivere dell’ergastolo, la malattia in carcere e l’istituto della grazia - dice Carlotto sul suo ultimo romanzo L’oscura immensità della morte - perché nauseato dall’ipocrisia e dall’ignoranza che obbligano questi temi a non oltrepassare i luoghi comuni. Poi il caso Sofri e Mesina hanno stimolato un dibattito che ha indignato profondamente e ho deciso di scrivere questo romanzo, pescando a piene mani dalla realtà di decine di casi di richieste di perdono respinte con odio. Vero e puro”.

Nella finzione letteraria Beggiato si annulla nei quindici anni di una routine carceraria fatta di pasti schifosi, ore d’aria e piccole contrattazioni interne (con i clan malavitosi di africani e albanesi, certo, ma anche con l’ufficialità rancorosa di un corpo di vigilanza frustrato dalla propria reclusione stipendiata). Poi la scoperta di un cancro inoltrato (“Che cazzo me ne frega di sapere dov’è. Se lo sapessi mi toccherei sempre la parte malata, magari lo stuzzico e quello si mette a mordermi in anticipo”), gli fa sperare nella possibilità di uscire, per grazia o sospensione pena. O meglio di fuggire con la sua parte di bottino al caldo sole brasiliano, dove spegnersi tra fiumi di champagne e le belle gambe delle ballerine di samba.

Spiega ancora Carlotto: “Le recenti dichiarazioni del presidente Ciampi sulla necessità del perdono dei parenti delle vittime per la concessione della grazia, cancellano di colpo vent’anni di dibattito sul concetto di espiazione e pena in una società moderna. Hanno un sapore vagamente tribale… Non sono i parenti delle vittime a doversi fare carico dei percorsi rieducativi di chi ha ammazzato un loro congiunto”.

La richiesta di perdono piomba nella vita deprivata di Silvano Contin come un maglio d’acciaio e lo strappa alla sua prigione interiore di dolore e latente follia. Della moglie e del figlio perduti non ha che un mucchio di scatoloni rinchiusi in un magazzino lontano, le foto dei due cadaveri ricomposti malamente sul tavolo settorio, e l’ultima frase della consorte morente a risuonargli con furiosa disperazione nella mente svuotata: “E’ tutto buio, Silvano. Non vedo più nulla. Ho paura, ho paura, è buio”. Svanito il conforto sociale dei primi tempi, Contin “il sopravvissuto” ha tagliato i ponti col consorzio umano e si è annichilito in una quotidianità anestetizzante fatta di lavori piccoli piccoli (calzolaio in un centro commerciale, lui che era stimato rappresentate di vini prestigiosi), maniache abitudini (i funerali delle altre vittime di crimini violenti, le visite mensili all’ex amante di Beggiato, una prostituta sfasciata e buona) e nella confortante abitudine di un dolore abbagliante e fedele.

Tra i due, il sopravvissuto e l’assassino, i “detenuti” della medesima vicenda, nasce un duello a distanza dei cui sviluppi imprevisti e imprevedibili sul piano dell’azione e dell’etica sarebbe delittuoso dire. Se non fosse che, come sempre nei romanzi di Carlotto (e in questo ben più di altri), nulla è mai come appare, soprattutto lungo il tenue crinale che separa ciò che è bene dal male. In un ritmo serrato (che oppone con piglio cinematografico le voci e i pensieri dei due protagonisti) e in un linguaggio scarnificato e glaciale, i ruoli di vittima e carnefice, di “galeotto” e “regolare”, s’invertono senza soluzione di continuità rubando a chi legge ogni definizione di giudizio.

Sullo sfondo del Nordest che è in tutti noi (“il luogo bigotto per eccellenza dove trionfano ipocrisia e perbenismo per mascherare una società sempre più contraddittoria e corrotta”, ribadisce l’autore), Carlotto scava la psicologia del dolore vivificando a sorpresa (rispetto all’immanenza simbolica dei protagonisti precedenti) i suoi umanissimi antieroi. Che tremano di ira e stupore davanti alle infinite possibilità della morte, del perdono, del riscatto, della vendetta. Che cadono. O regalano sprazzi di insperata nobiltà.

Claudia Bonadonna


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