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L'Oscura immensità della morte
di
Roberto Martelli
Apparso su www.orizzontinuovi.org


L'ultimo romanzo del padovano Massimo Carlotto è un colpo basso alle certezze morali e all'ipocrisia dominante dell'Italia contemporanea, a chi stabilisce aprioristicamente confini certi tra normalità e devianza, colpa e perdono, crimine e repressione. La trama è essenziale. Un rapinatore sta scontando l'ergastolo perché durante un assalto ad una gioielleria ha ucciso a sangue freddo i suoi ostaggi, una giovane mamma col bambino di otto anni. Il marito e il padre delle vittime, Silvano Contin, non si dà pace. Per quindici anni vive con l'ossessione di quella che lui chiama "l'oscura immensità della morte". Cambia vita, lascia il lavoro di rappresentante di successo che aveva prima della tragedia e diventa risuolatore di scarpe in un supermercato, non frequenta più nessuno e va a vivere in uno squallido appartamento di periferia, dove trascorre il tempo guardando quiz televisivi. In galera Raffaello Beggiato, questo il nome del rapinatore, ha avuto una condotta irreprensibile e ora malato di tumore alla stadio terminale chiede la grazia che gli permetterebbe di scappare in Brasile e terminare i suoi giorni tra belle donne e morfina. Per ottenere la sospensione della pena è necessario però il perdono di Silvano, che ha in mente solo il desiderio di vendetta.

Desiderio che presto si trasforma in incubo e in follia. Dove risiede allora veramente il male? Nel gesto irresponsabile di un omicida facilmente pronto a dimenticare la sua colpa o nell'ossessione di una vendetta capace di rivelare i lati più torbidi delle vittime? E cosa vuol dire il perdono? cosa vuol dire la grazia? Può il codice penale lenire il dolore derivante da una uccisione a sangue freddo? Sono queste le domande che ricorrono continuamente nei monologhi dei due protagonisti, in un'Italia dove il giustizialismo regna sovrano e la vendetta viene spacciata, da quei funzionari della fabbrica del consenso rappresentata dai media, per giustizia.

Massimo Carlotto affronta queste questioni fondamentali della natura umana con uno stile asciutto, il ritmo dell'azione serrato e travolgente, i dialoghi crudi e le riflessioni scarne ma essenziali. Non c'è traccia di sentimentalismo, ma neppure di violenza gratuita. Sin dalle prime pagine è chiaro che non ci sono buoni e cattivi. Tutti i personaggi sono uomini e donne alla deriva di una vita avara di gioie, ma prodiga di dolore e morte, che ignorano spesso la differenza tra legalità e crimine, per cercare una via d'uscita dalla loro misera condizione umana.

Il romanzo è dunque l'occasione per Massimo Carlotto di esprimersi a favore di una riforma della legge sulla grazia, perché a suo avviso il potere assegnato ai parenti delle vittime di esprimere un parere vincolante fa venire meno l'imparzialità della legge. E la giustizia diviene vendetta e non ha più nulla a che fare con quel delicato e transitorio equilibrio tra crimine e sua repressione. Come ha scritto recentemente Benedetto Vecchi sul "Manifesto" "è da quasi un ventennio che la paura della devianza e del crimine tiene banco nelle discussioni pubbliche attorno al funzionamento della giustizia. Viene chiesto ai giudici di infliggere pene durissime, si prende parola a favore della pena di morte, si batte la grancassa sul fatto che l'unica giustizia possibile verso chi ha violato le norme della convivenza civile è la vendetta. In fondo, è in questo decennio che la repressione del crimine è stata impugnata per legittimare politiche di controllo sociale verso settori della società considerati potenzialmente criminali". Un libro che farà discutere.

Roberto Martelli


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