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| Vendetta o perdono?
intervista di Marco Marangon intervista di Marco Marangon ( http://www.infinitestorie.it/frames.speciali/speciali.asp?ID=278 ) |
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R. Ho voluto mantenermi quanto più possibile aderente alla realtà. Per costruire il personaggio di Silvano Contin ho realizzato una serie di interviste a parenti delle vittime, che avevano tutti già respinto la richiesta del perdono. Ho discusso con loro sui sentimenti di vendetta e la maggior parte delle persone mi ha confidato che avrebbe volentieri “ucciso a bastonate come un cane” il responsabile dei crimini. La procedura prevede che le parti offese e i detenuti che richiedono un’istanza di grazia arrivino a confrontarsi. Nel nostro paese comunque il 95% delle parti lese respinge la grazia. Sono posizioni troppo distanti, inconciliabili. Entrambe le figure sono ispirate alla realtà e su di essa modellate. Anche Raffaello Beggiato, che ha scontato quindici anni di carcere, parla, si esprime e ragiona proprio come farebbe un detenuto di lunga data. È risaputo che in prigione si perde la capacità di usare un’ampia gamma di vocaboli e anche il modo di ragionare un po’ ossessivo è come quello che ho descritto. D. La descrizione di Raffaello Beggiato colpisce molto. La sua vita da detenuto è scandita sempre dagli stessi orari e da rituali che si ripetono identici ogni giorno. La prigione lo ha privato della sua umanità, riducendolo a un automa incapace di articolare il proprio pensiero se non in base a poche esigenze fondamentali. Immagino che questa cruda raffigurazione debba essere interpretata anche come un atto di accusa verso l’attuale sistema carcerario. R. Indubbiamente c’è stata una precisa volontà di distruggere la riforma penitenziaria. Ma l’obiettivo che mi sono posto durante la stesura del romanzo era un altro: descrivere la dimensione del tempo in carcere. Noi viviamo in una società in cui la percezione del tempo è estremamente mutevole. Siamo condizionati dalla velocità, dalla fretta, che tutto consuma e divora. A ben vedere soltanto in carcere il tempo è rimasto immutato. È ancora un tempo di tipo ottocentesco. D. Dopo il duplice lutto Silvano Contin vive il dramma della solitudine. In parte è una scelta, ma il suo isolamento è anche una necessità, quasi un obbligo. Nessuno lo aiuta: la sorte dei criminali suscita maggior compassione di quella dei parenti delle vittime; i giornalisti sono pronti a strumentalizzare le sue dichiarazioni per fini politici; Ivana Stella, ambigua figura di volontaria cristiana più per noia che per intimo convincimento, ha soltanto vuote parole di circostanza che odorano di ipocrisia. Viene quasi da pensare che Raffaello non sia l’unico colpevole. R. Assolutamente no: non è Raffaello il solo colpevole. La cosa incredibile è che questo tipo di società oggi non è più in grado di lenire il dolore di persone così pesantemente offese dal crimine. La comunità non riesce più a riassorbirle in nessun modo. Tutte le vittime di abusi che ho conosciuto nel corso del lavoro di documentazione hanno affermato di sentirsi escluse. Quando si recano dal macellaio, dal postino, dall’edicolante vengono fissate, squadrate e subito identificate come persone rimaste vittime di disgrazie terribili. Non hanno più la capacità di ricostruirsi una vita. Nutrono un tremendo rancore verso chi ha fatto loro del male anche per questo motivo: perché sono impossibilitate a riappropriarsi della loro esistenza. D. È curioso rilevare che, benché su posizioni distinte, entrambi decidano di agire al di là della morale comune: da una parte Silvano sente il bisogno di farsi giustizia da sé, dall’altra Raffaello “accetta” di essere picchiato dalla polizia e di essere odiato da Silvano perché quelle sono le regole del gioco; pur essendo ladro e assassino Raffaello si attiene rigidamente a un codice morale del tutto personale che vede nel tradimento di un complice l’infamia più riprovevole. I due personaggi rappresentano casi limite oppure il loro comportamento rimanda a una crisi di valori più generalizzata, che intacca anche le norme etiche, sociali e giuridiche della nostra civiltà? R. Io mi sono limitato a registrare la realtà dei fatti. C’è gente che con assoluta insensatezza decide di scontare pene lunghissime perché si rifiuta di fare un nome o di collaborare con la giustizia. Secondo me non è tanto una questione morale, quanto piuttosto l’incapacità di accettare il mondo normale. L’ipotesi di un’esistenza “normale” viene respinta a priori, mentre emerge una chiara volontà a legarsi alla marginalità come progetto di vita. In Silvano direi che non vi è tanto un rifiuto delle norme morali; il vero problema è che la pena di Raffaello non gli basta perché ai parenti delle vittime non basta mai. Ne deriva una forma di aspro risentimento nei confronti della giustizia. D. L’oscura immensità della morte non è soltanto il titolo del romanzo, è anche un’espressione che ritorna con una certa frequenza tutte le volte che compare sulla scena Silvano Contin. Ha un significato particolare? R. Il titolo è nato dopo un colloquio con una madre che aveva perso un figlio, ammazzato per una storia di droga. Ho notato che queste persone sono ossessionate dalle ultime parole pronunciate dalla vittima. Quella frase esprime la preoccupazione di una madre che si interroga sulla sorte del proprio caro dopo la morte, esprime la paura che possa essere finito in un luogo oscuro. Silvano Contin ha le stesse angosce ed è condannato a rivivere in eterno l’ultimo istante di vita della moglie. Intervista a cura di Marco Marangon |
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