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L'Oscura immensità della morte
di
Costantino Cossu
Apparso su La Nuova Sardegna del 4 Aprile 2004


«L’oscura immensità della morte» è un romanzo a tesi.
La tesi, resa esplicita in tutte le interviste di Massimo Carlotto che hanno accompagnato l’uscita del libro, è che la legge sulla grazia non funziona.Non funziona perché è sbagliato condizionare la concessione del perdono giudiziario all’assenso dei parenti delle vittime del crimine. Le vittime,sostiene Carlotto, sopportano un carico di dolore che rende loro impossibile esprimere valutazioni serene. La Costituzione affida alla pena una funzione rieducativa, di reinserimento del condannato nella società. Valutare quanto la pena abbia svolto questa funzione, giustificando anche la liberazione del condannato, non può spettare alle vittime. Carlotto interviene in un dibattito sulla grazia che è stato riattizzato da due casi recenti, quello di Graziano Mesina e quello di Adriano Sofri. In una delle interviste rilasciate alla stampa Carlotto ha sostenuto che
il richiamo del presidente Ciampi al necessario perdono dei parenti delle vittime nel caso di Sofri rimanda ad una cultura di tipo tribale: per decidere si dà ascolto non alla voce della ragione ma a quella del sangue. Per dimostrare questa sua tesi Carlotto racconta la storia di un assassino che diventa vittima di una delle sue vittime. Durante una rapina Raffaello Beggiato e un suo complice uccidono la moglie di Silvano Contin e il loro bambino di appena tre anni. A distanza di quindici anni,Beggiato, che si è fatto il suo carcere senza rivelare il nome del complice, si ammala di tumore. Ha poche settimane
di vita e il suo avvocato chiede la grazia. Per dare il proprio assenso, Contin vuole il nome del complice.
Quando lo ottiene, non da Beggiato, si vendica in maniera sadica, spietata, diventa un feroce assassino. L’abisso di dolore in cui Contin è sprofondato dopo la morte della moglie e del figlio - ha perso un buon lavoro, vive facendo il ciabattino, da borghese ben integrato si è trasformato in un marginale - ha fatto di lui la persona meno adatta a ragionare freddamente
di perdono e di grazia. Ciò che prevale in lui è l’odio, la sete di vendetta. Ci si potrebbe fermare qui, al primo e più immediato livello di lettura del libro di Carlotto, quello dimostrativo di una tesi; e convenire con l’autore che le sue argomentazioni sono convincenti e che la legge sulla grazia andrebbe cambiata cancellando l’obbligo di assenso dei parenti
delle vittime. In un dibattito segnato da tante reticenze e da molta ipocrisia, avere sollevato la questione della modifica delle norme in vigore in termini netti e chiari, anche se con lo strumento diciamo pure anomalo della narrativa, è un merito indubbio che va ascritto a Carlotto e al suo romanzo. Ma fermarsi a questo primo livello non sarebbe rendere interamente giustizia a questo libro, che è il migliore di tutti quelli scritti da Carlotto. «L’oscura immensità della morte» è un noir raggelante,che racconta il deserto d’odio che il mondo può diventare quando i rapporti tra gli esseri umani non sono
più mediati da nient’altro che dalla più stringente razionalità strumentale, che subordina ogni cosa ad un ordine di priorità fondato sul perseguimento di utilità tutte esterne alla logica della vita. E non temiamo di usare questa parola, vita, visto che il livello di attacco della razionalità strumentale è arrivato a toccare - con le manipolazioni genetiche, con la devastazione della biosfera, con la follia della guerra infinita - equilibri che compromettono la stessa sopravvivenza non
solo della specie umana ma,appunto, della vita, semplicemente della vita, sul pianeta.
Il libro di Carlotto rende come pochissimi altri questo orizzonte nero che domina il nostro futuro. Non è più solo questione di Nord Est, dove pure ancora una volta è ambientato il romanzo. Il riferimento geografico e sociologico di tanti altri libri di Carlotto qui si dilata ai confini di una civiltà intera nel momento in cui essa pretende di farsi sistema-mondo. Nell’«Oscura immensità della morte» il crimine vince sulla giustizia, la vendetta sul perdono, la sopraffazione sul senso di un destino comune. Senza più vie d’uscita? Forse no, se alla fine del romanzo un atto di rottura della logica dell’odio viene proprio da dove meno uno potrebbe aspettarselo.

Costantino Cossu

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