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Con quest'ultimo romanzo Massimo Carlotto si conferma come uno dei nostri
migliori scrittori. Ha saputo attraversare la letteratura di genere (il
noir, l'hard boiled), che pure ha affrontato con grande originalità,
per approdare, dopo aver affilato la penna sulle storie del suo "Alligatore",
ad una prova di grande maturità letteraria. La sua capacità
di esplorare i lati oscuri del nostro presente, con uno stile asciutto,
scarnificato di ogni orpello, si accompagna ad un uso sapiente del congegno
narrativo. Il risultato finale è un testo che cattura il lettore,
ne alimenta le attese, lo fa precipitare verso il finale.
Raffaello Beggiato, il criminale, nel corso di una rapina ha ucciso una
donna ed il suo figlio. Condannato all'ergastolo, scopre, dopo quindici
anni di carcere, di essere stato aggredito da un cancro che rapidamente
lo consumerà. Non volendo morire in galera, si rivolge al padre
e marito delle vittime, chiedendogli quel parere favorevole utile ai fini
dell'ottenimento della grazia.
Silvano Contin, la vittima, da quindici anni vive schiacciato dall'oscura
immensità della morte (espressione che ricorre continuamente nelle
sue riflessioni) nella quale sono sprofondati tragicamente i suoi cari.
Interpellato da Beggiato, per una inattesa richiesta di perdono, si ritrova
a dover risvegliare il mostro doloroso della sua tragedia.
I due personaggi alternano le loro voci, restituite da Carlotto con registri
stilistici differenti ed efficaci, lasciando trasparire dai loro discorsi,
dai ricordi, dalle riflessioni, la condizione angosciosa di due vite interrotte.
Perché, in fin dei conti, la vittima ed il criminale conducono
esistenze molto simili: tutti e due non più vivi e non ancora morti;
tutti e due relegati in non-luoghi (il lavoro in un centro commerciale;
il carcere). Tutti e due sono condannati ad affrontare quotidianamente
la memoria dolorosa della radice della propria sofferenza.
Intorno a questo nucleo centrale, che si dipana con sviluppi imprevedibili,
sono collocati i temi cari allo scrittore: il perverso meccanismo giudiziario;
l'impossibile conseguimento della giustizia entro il sistema di regole
definito dalle leggi, dai loro regolamenti e dai loro strumenti; l'assurda
condizione della segregazione carceraria; l'assenza di moralità
nella provincia italiana (qui ancora il Nordest), campione rappresentativo
della condizione culturale e morale comune al nostro tempo e all'intero
Paese.
Più che un romanzo, sembra quasi che Carlotto abbia voluto realizzare
una sacra rappresentazione del mistero doloroso della condizione umana,
attraverso le figure allegoriche della vittima e del carnefice. Racchiusi
tra un prologo ed un epilogo, infatti, si susseguono capitoli che recano
come intestazione il nome di Silvano e Raffaello.
Dopo la lettura, resta il sapore amaro di una storia che scuote in profondità
il sistema delle nostre certezze, rovesciando le convinzioni che ci eravamo
costruiti sul bene e sul male, sul senso della colpa e sul suo risarcimento,
lasciandoci, alla fine, con una scomoda sensazione di nudità e
incapaci di giudizio.
Enzo Laforgia
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