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Le storie di Massimo Carlotto sono apparentemente prive di buoni sentimenti.
Rintracciare nei suoi romanzi, al primo approccio, questo elemento è
quasi impossibile. Eppure anche se il cinismo sembra farla da padrone,
non lo è mai fino in fondo. La vera caratteristica che contraddistingue
molti dei suoi scritti è il rifiuto di ogni tipo di manicheismo.
Carlotto presenta una condizione individuale e sociale ridotta ad una
penosa disumanità, aldilà del bene e del male, per poi scavare
nelle coscienze, alla ricerca di un barlume di quello che erano una volta
o di quello che potrebbero essere, e tentare una disperata ricomposizione.
Un luogo comune potrebbe indurci a pensare che Carlotto costruisca queste
storie condizionato negativamente dalla sua vicenda giudiziaria. Lunghissimi
anni di latitanza e altri anni di carcere per un delitto mai commesso.
Ovviamente in parte può essere anche vero, ma quella che può
apparire come la distorsione della realtà causata da un'esperienza
così dolorosa, è invece il risultato di un percorso interiore
che lo ha reso immensamene più ricettivo e sensibile nell'analizzarla
meglio. In un'ottica più coinvolgente, di quanto potrebbe fare
chi invece si è tenuto constantemente lontano dalle contraddizioni
più difficilmente digeribili della nostra società.
Ma torniamo ai buoni sentimenti. Nonostante la resistenza palese che Carlotto
adopera nell'accettarli, la solidarietà e la pietà, nei
confronti di chi è portato dalla vita ad affrontare grandissimi
dolori, alla fine è talmente forte, da non riusicire ad impedire
allo scrittore una costruzione morale dei suoi apologhi. Naturalmente
le sue storie sono interamente nere, senza speranza o quasi, come lo potevano
essere la "trilogie noir" di Malet oppure molti dei romanzi
di Izzo. E' senz'altro il più nero degli scrittori italiani, ma
il motivo principale sta appunto nel rifiuto quasi assoluto della divisione
tra buoni e cattivi. I suoi personaggi, quelli più forti, quelli
che fanno la storia delle vicende che racconta, e che condizionano più
o meno apertamente l'andamento reale della società, sono uomini
che si muovono costantemente in un'indefinita zona grigia. Esseri disperati
che hanno perso tutto e si dibattono, cercando di liberarsi dal loro enorme
dolore, e che, come uno dei due protagonisti di questo romanzo, sono precipitati
nell'oscura immensità della morte.
Questi uomini e donne sono deboli, una parte dei deboli, quelli che, a
prescindere dalle storie personali, sono non solo le vittime del fato
e delle scelte individuali più o meno cercate e volute. Ma anche
dell'ingiustizia di uno Stato che poco o per nulla si preoccupa di loro,
di chi subisce torti assurdi, come l'omicidio di persone care, e di chi
recluso, dovrebbe essere reintegrato nella società e non solo punito.
Dura è la denuncia nei confronti della condizione carceraria, nonostante
quello che si pensi comunemente, le carceri italiane non sono quegli idilliaci
pensionati, di cui molti nostri politici vanno sproloquiando in giro.
Gli altri deboli, i più numerosi, la massa dei senza voce, sono
o vittime schiacciate da un'esistenza ai margini del nulla o degli illusi
che cercano di riscattare la loro incapacità di cambiare le cose,
con gesti di solidarietà individuale, che, frustrati, si scontrano
con il Leviatano della violenza e dell'ingiustizia.
Il dolore quindi resta una dimensione del tutto personale con la quale
fare i conti senza nessuno o quasi che ti aiuti veramente, facendo prevalere
alla fine solo le ragioni della vendetta personale e pubblica e quelle
dell'egoismo e del pregiudizio. E a nulla servono costruzioni ipocrite,
che nascondono la speculazione politica di chi vuole condizionare l'opinione
pubblica o mettere a tacere la propria e l'altrui coscienza.
A Silvano Contin hanno ucciso moglie e filglio di otto anni, presi ostaggio
durante una rapina. Ad assassinarli è stato Raffaello Beggiato,
che viene catturato subito dopo dalla Polizia, mentre il suo complice
fugge. Viene condannato all'ergastolo, ma dopo quindici anni Beggiato
è ammalato di cancro, gli resta poco da vivere ed è in attesa
della grazia o della sospensione della pena, ma per ottenerla ha bisogno
del perdono di Contin. E' su questa idea iniziale che si sviluppa il romanzo
di Carlotto e durante il suo svolgimento assistiamo non solo al capovolgimento
graduale di fronte tra vittima e carnefice, ma anche alla progressiva
trasformazione interiore dei due protagonisti. Carlotto usa un espediente
molto efficace. A parte il prologo, i capitoli si alternano con i nomi
di Silvano e Raffaello e sono raccontati con la loro rispettiva voce narrante.
Il punto di vista che muta continuamente e che segue linee assolutamente
mai convergenti, se non quella del legame indissolubile del crimine, è
il momento centrale su cui è costruita tutta l'essenza della storia.
Carlotto è bravissimo a rendere l'idea di due coscienze così
diverse, identificandosi in ognuna delle due in maniera altamente partecipata
ed intensa.
Siamo lontani qui dall'etica terribile e cinica dell'altro suo capolavoro,
quell'"Arrivederci amore ciao", nel quale il protagonista è
un essere oramai svuotato da ogni sentimento umano e che alla fine si
rivela solo una sorta di macchina crudele. Vicenda dove è difficile
rintracciare lo status di vittima sociale del personaggio, se non andando
a scandagliare i lontani recessi della sua infanzia.
Questa invece è la storia commovente di due vittime palesi, parabola
sul rimorso e sul perdono. Esseri che non troveranno mai un filo per poter
comunicare aldilà del dolore, della sofferenza e dell'odio, e seppure
uno dei due sembra condannato a ridursi al cinismo assoluto del protagonista
dell'altro romanzo, alla fine non ci riuscirà, perchè sarà
per sempre travolto e imprigionato dall'oscura immensità della
morte. Lo sarà ancor più che all'inizio della vicenda, condizione
di immenso dolore che ha sempre vissuto e vivrà in una solitudine
allucinante. Il finale è caratterizzato da un colpo di scena incredibile
e assolutamente inatteso, che esprime per intero il messaggio più
squisitamente morale dell'opera.
Da segnalare infine la prosa di Carlotto, essenziale, diretta, asciutta
e priva di fronzoli inutili, che anche in questo romanzo, come nei suoi
precedenti, riesce a catturare l'attenzione del lettore dalla prima all'ultima
riga, qualità che contribuisce a farne uno dei migliori scrittori
italiani del panorama odierno.
Cassel54
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