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L'oscura immensità della pena
di
Checchino Antonini

(apparso su Salvagente)



Dopo quindici anni di galera, Raffaello Beggiato chiede la grazia perché in carcere lo ha raggiunto un tumore che non gli darà scampo. S'è beccato l'ergastolo per via di una rapina a un gioiellere finita con l'omicidio di due ostaggi. Erano strafatti di coca, lui e il suo complice, e i pensieri viaggiavano veloci nel cervello, troppo lontani dal buon senso. Ma per spalancare le porte della cella ci vuole il consenso dei familiari delle vittime e Silvano Contin, padre e marito dei due morti ammazzati, sopravvive solo per un'improbabile vendetta. Il dolore che gli pulsa come quello di una ferita infetta è l'unica cosa che lo fa orientare ne L'oscura immensità della morte, l'ultimo romanzo di Massimo Carlotto (edizioni e/o, pp.177, euro 13) a dieci anni dalla fatica autobiografica degli esordi. Carlotto, infatti, è "Il fuggiasco" di cui parla anche il recente film di Andrea Manni.

Quando Grazia Cherchi, indimenticabile critica letteraria de l'Unità lesse le bozze di quel diario spinse il padovano quarantottenne a dedicarsi solo alla scrittura. Così Carlotto, nel frattempo trasferitosi a Cagliari, è diventato uno scrittore di noir e libri per ragazzi, autore teatrale, sceneggiatore e collaboratore per la carta stampata. Ha dato vita, dal '95, alla saga dell'Alligatore - investigatore "abusivo" che lavora per conto di quegli avvocati che devono entrare in contatto con la mala o col mondo del carcere - che lo ha reso il maggior interprete nostrano del noir mediterraneo, ossia di quel genere che indaga con gli strumenti della fiction sulla rivoluzione criminale che accompagna la globalizzazione liberista. Stavolta però l'Alligatore non c'entra. Il delitto avviene agli albori di quella "rivoluzione" e la storia se ne tiene ai margini.

Tutto avviene nel Nordest, il "treno" in corsa ma impazzito sul quale Carlotto ambienta ogni suo libro, tuttavia potrebbe essere avvenuto ovunque perché L'oscura immensità della morte è un romanzo sull'ergastolo, sulla malattia in carcere, sulla grazia, sulla solitudine delle vittime. La scrittura secca e acida, stavolta, è ancora più politica e si svela già nell'epigrafe che apre il volumetto. Si tratta di una dichiarazione di un magistrato di cassazione, Berruti: «La grazia non è il premio della confessione. E' un'opportunità di clemenza che considera l'interesse generale a far cessare una specifica pena, e solo la confusione demagogica delle idee fece inserire il rilievo del perdono della vittima. La grazia riguarda il rapporto del condannato con le ragioni della legge. La vittima ha avuto dalla sentenza tutto ciò che le spettava». Ancora una volta, l'intuizione di fondo è quella di utilizzare la finzione per scavare più a fondo di quanto può o vuole fare il giornalismo contemporaneo nell'angustia delle concentrazioni editoriali e degli usi politici delle leggi sulla diffamazione.

La narrativa noir, per Carlotto, è controinformazione. Tanto più in un libro così, dove il flusso dei racconti introspettivi di Beggiato e Contin rivela una realtà inafferrabile dai resoconti processuali o dalle cronache giudiziarie che l'autore ricava da una ricerca su casi di perdono negato. Il titolo del libro evoca scenari pulp ma l'autore non concede nulla alla morbosità che quel genere attira e, se proprio si deve andare a cercare parenti, bisognerà scavalcare le alpi. C'è più l'eco della trilogia nera di Leo Malet, quello di Nestor Burma, più che il sapore della Marsiglia di Jean Claude Izzo. Manca perfino la consolazione tipica dei noir, quella di intercalare la narrazione con squarci sulla vita quotidiana dell'"eroe" per favorire l'identificazione del lettore col personaggio (a questo servono il calvados di Maigret o il blues che l'Alligatore ascolta in ogni momento libero).

La trama essenziale restituisce il gelo dell'esistenza di Silvano Contin (domanda: chi dovrebbe occuparsi delle vittime di un crimine?), la puzza della prigione di Beggiato che diventa vittima lui stesso e anche il colpo di scena finale non redime niente e nessuno dopo essere entrati e usciti di galera a seconda che la voce narrante fosse l'uno o l'altro dei protagonisti. Contin non è migliore di Beggiato. E non ne escono certo meglio le figure di secondo piano, il complice di Beggiato e sua moglie, il commissario di polizia al capolinea di una carriera incolore, il cronista di provincia forcaiolo, i secondini violenti, il cappellano del penitenziario, la volontaria dell'assistenza ai carcerati in fuga dalla frustrazione della borghesia di ogni provincia, il basista incensurato stritolato dai debiti di gioco.

Tutti perdenti, dunque, e centrifugati dall'ossessione autoritaria e sicuritaria in cui si avvita la seconda repubblica. Il rompicapo non è l'enigma celato in un caso di cronaca nera. L'assassino non è il maggiordomo. Sono i rapporti sociali. Ci vorrebbe una Grazia, con la maiuscola, ma la realtà, a scorrere i titoli dei giornali di questi giorni, è più feroce della fiction.

Checchino Antonini

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