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«L'oscura immensità della morte», un noir psicologico, un romanzo forte e
amaro, scostante, in cui si ribaltano i ruoli di vittima e carnefice
di Sergio Pent
(apparso su La Stampa del 27/03/04)



IN una società contraddittoria in cui i grandi temi politici diventano spesso arma da taglio, rivalsa o calunnia da prima pagina, il dibattito sulla giustizia emerge in tutta la sua controversa complessità. Nel mondo sovente autoreferenziale di Massimo Carlotto la giustizia è un tentacolare vizio di forma nel quale vanno a perdersi i destini privi di origine controllata e protetta, e la legge del più forte - o della giungla sociale - diventa quindi il pericoloso risultato di una struttura solida in sé e nelle sue convinzioni etiche, ma incapace di arginare le falle delle sue numerose ramificazioni minori.


Se con Arrivederci amore ciao Carlotto aveva creato il prototipo del fellone perfetto dei nostri tempi, a cui la giustizia nemmeno ipotizza di arrivare, con questo intrigante, fastidioso - in senso morale - L'oscura immensità della morte raggiunge forse il suo scopo più azzardato, quello di mettere il lettore comune di fronte a se stesso e ai propri istinti di conservazione, in un dilemma comunque impossibile da risolvere con un vincitore. In partenza ci sono due personaggi classici: il buono - Silvano Contin - e il cattivo - Raffaello Beggiato. Scolpiti nelle loro certezze di base, diventano vittima e colpevole allorché Beggiato, nel corso di una rapina balorda, uccide la moglie di Contin e il figlio di otto anni.

Ergastolo per l'assassino, vita devastata - da piccolo imprenditore a oscuro risuolatore di scarpe - per il povero Contin. Quindici anni volano nel vuoto, dal carcere Beggiato, malato terminale di tumore, chiede la grazia e scrive a Contin per ottenere il perdono. Da questo momento comincia la lotta psicologica per il lettore, tenuto abilmente sulla corda da Carlotto, che a piccoli passi conduce l'ex vittima sull'orlo dell'autodistruzione e riveste l'omicida di un alone di umana - necessaria - pietas. Sì, perché Contin, sotto la cenere del buio, ha covato l'istinto di una vendetta che è venuto il momento di perpetrare, a qualunque costo. Uscendo dal carcere, Beggiato potrebbe mettersi in contatto col suo complica sconosciuto di allora, che ha custodito la sua parte di bottino in cambio del silenzio. Dapprima, dunque, Contin rifiuta qualunque compromesso, spera che il nemico crepi in carcere tra atroci sofferenze, respinge l'ipotesi di un perdono che gli viene invocato da Don Silvio e dalla borghesotta arricchita Ivana Stella, volontaria tra i carcerati più per noia che per convinzione.

Poi, all'improvviso, scatta la molla che conduce il romanzo su una china inarrestabile, e Contin diventa - a passi lenti ma implacabili - qualcosa che nessuno avrebbe mai sospettato, mettendo a nudo la parte oscura di violenza e di delirio che cova in ciascuno, facendoci convinti che chiunque, in un caso simile, potrebbe trasformarsi in una belva spietata. E' giusto che sia il lettore a scoprire - con orrore, ci auguriamo - l'escalation emozionale di accadimenti che stravolgono i connotati logicamente prestabiliti dei protagonisti: vittima e carnefice invertono i ruoli in un gioco al massacro che chiede giustizia ancora una volta là dove la vera giustizia si proclama sorda o quantomeno miope.

Il romanzo è forte, scostante, con un finale amaro ma anche derisorio, e se si percorre in fretta e con urgenza nella sua grana grossa di noir da strada, tenebroso e disperato, svolge altresì - e con piena consapevolezza - il suo compito preciso e disturbante, di metterci di fronte a responsabilità morali estreme nelle quali diventa difficile scindere la logica della giustizia da quella della vendetta privata. Inquietante e malsana nei suoi risvolti, la vicenda sparata da Carlotto in questo Nordest ricco e indifferente lancia un segnale d'allarme ai contenuti sociali di una giustizia che - se è comunque da difendere alla base - talvolta rischia di non difendersi da se stessa. E' vero, nessun lettore onesto e moralmente integro si riconoscerà in Beggiato, ma chiunque - crediamo - potrebbe riconoscersi - in casi estremi - nel giustiziere di se stesso che diventa Contin, in quel terreno incolore e arido in cui si rimane da soli a combattere con l'illogico paravento dei valori supremi utili in tempo di pace.

Sergio Pent

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