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Così un rappresentante si trasforma in assassino
di Filippo La Porta
(Il Messaggero del 17 marzo 2004)


L’ULTIMO romanzo di Massimo Carlotto, L’oscura immensità della morte (Edizioni e/o, 177 pagine, 13 euro), è bello e inquietante. Non ci propone un’altra puntata con il personaggio già collaudato dell’ Alligatore - il detective ed ex detenuto dei suoi libri - ma un noir durissimo, perverso, senza una chiara linea di separazione tra bene e male e senza finale catartico. Non c’è un solo personaggio a cui riusciamo ad affezionarci. Però il libro, una volta cominciato, non lo molli più. Raccontiamo velocemente la trama. Dopo una rapina - ci troviamo nel solito Nord-Est - due balordi tentano di fuggire, prendono due ostaggi (madre e bambino piccolo), e poi li uccidono. Viene arrestato solo uno dei due, Raffaello Beggiato, mentre l’altro, Oreste Siviero è introvabile e non ha un volto. Il padre e marito delle vittime, Silvano Contin, attacca sulle pareti di casa le foto con l’autopsia dei loro corpi, precipita in una dimensione buia e torbidissima di vendetta. Il suo itinerario è meticoloso e agghiacciante, tra Un borghese piccolo piccolo e Misery deve morire di Stephen King...


Con “L’oscura immensità della morte” lei si libera da certa serialità legata all’“Alligatore”. Per caso ha qualche insofferenza verso il boom del giallo?
«Non voglio liberarmi dalla serialità dell’ Alligatore , cui sono affezionato, ma è vero che sono insofferente nei confronti della strada imboccata dal genere nel nostro paese. La realtà di questo Paese si modifica continuamente mentre il giallo vive una certa confusione di contenuti o si affida a formule convenzionali».


Uno dei personaggi principali è un criminale feroce ma anche leale. Ha qualche simpatia verso di lui?
«Nessuna simpatia ma stupore per la sua insensatezza. Condanne lunghissime scontate in nome di una morale che in realtà non esiste. Mi sembrano piuttosto scelte di ribellione individuali, un estremo desiderio di appartenere ad “altro”».


Anche l’esistenza delle persone normali è avvolta da quella “oscura immensità della morte”...
«In un certo senso sì. Ma la mia scelta è stata però dettata dalla necessità di “distinguere”. Crimine, giustizia e carcere modificano le esistenze (di vittime e carnefici) in modo anomalo e non immediata mente percepibile da coloro che vivono la “normalità”. Resta comunque una differenza abissale rispetto a questi ultimi».


Impressionante la verosimiglianza della vita in carcere, l’odore di sudore, cibo e fumo. Uno scrittore “di genere” deve sempre documentarsi?
«Lo scrittore di genere deve conoscere bene le situazioni descritte nel romanzo. Ormai è un patto col lettore. La letteratura “nera” come letteratura della realtà. E questo è uno degli elementi di crisi del romanzo poliziesco italiano».


La scena della “vendetta” è quasi intollerabile. Per quanto funzionale quel sadismo può apparire un po’ modaiolo...
«La cronaca e i processi ci insegnano che la violenza della vendetta (al di fuori della criminalità organizzata) è sempre dura e intollerabile. Non si limita mai al colpo di pistola o a una coltellata».


Benché lei propenda per situazioni estreme si sofferma sulle risate improvvise dei poliziotti, sull’aspetto cioè accidentale delle cose...
«Sì, sono attratto da situazioni-limite, in cui credo - con Dostoevskij - che si manifesti la realtà, però l'aspetto accidentale mi sembra un ingrediente fondamentale per dare senso al racconto».


Quel rappresentante di commercio che diventa un gelido professionista del crimine è davvero credibile?
«La realtà giudiziaria e processuale indica una sempre maggiore “cultura” dei non professionisti in tema di delitti. Persone non dedite al crimine uccidono seguendo logiche ben precise con lo scopo di farla franca. E le informazioni le hanno attinte dalla televisione e dai giornali».

Filippo La Porta

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