|
L’ULTIMO romanzo
di Massimo Carlotto, L’oscura immensità della morte (Edizioni e/o,
177 pagine, 13 euro), è bello e inquietante. Non ci propone un’altra puntata
con il personaggio già collaudato dell’ Alligatore - il detective
ed ex detenuto dei suoi libri - ma un noir durissimo, perverso, senza
una chiara linea di separazione tra bene e male e senza finale catartico.
Non c’è un solo personaggio a cui riusciamo ad affezionarci. Però il libro,
una volta cominciato, non lo molli più. Raccontiamo velocemente la trama.
Dopo una rapina - ci troviamo nel solito Nord-Est - due balordi tentano
di fuggire, prendono due ostaggi (madre e bambino piccolo), e poi li uccidono.
Viene arrestato solo uno dei due, Raffaello Beggiato, mentre l’altro,
Oreste Siviero è introvabile e non ha un volto. Il padre e marito delle
vittime, Silvano Contin, attacca sulle pareti di casa le foto con l’autopsia
dei loro corpi, precipita in una dimensione buia e torbidissima di vendetta.
Il suo itinerario è meticoloso e agghiacciante, tra Un borghese piccolo
piccolo e Misery deve morire di Stephen King...
Con “L’oscura immensità della morte” lei si libera da certa serialità
legata all’“Alligatore”. Per caso ha qualche insofferenza verso il boom
del giallo?
«Non voglio liberarmi dalla serialità dell’ Alligatore , cui
sono affezionato, ma è vero che sono insofferente nei confronti della
strada imboccata dal genere nel nostro paese. La realtà di questo Paese
si modifica continuamente mentre il giallo vive una certa confusione di
contenuti o si affida a formule convenzionali».
Uno dei personaggi principali è un criminale feroce ma anche leale.
Ha qualche simpatia verso di lui?
«Nessuna simpatia ma stupore per la sua insensatezza. Condanne lunghissime
scontate in nome di una morale che in realtà non esiste. Mi sembrano piuttosto
scelte di ribellione individuali, un estremo desiderio di appartenere
ad “altro”».
Anche l’esistenza delle persone normali è avvolta da quella “oscura
immensità della morte”...
«In un certo senso sì. Ma la mia scelta è stata però dettata dalla
necessità di “distinguere”. Crimine, giustizia e carcere modificano le
esistenze (di vittime e carnefici) in modo anomalo e non immediata mente
percepibile da coloro che vivono la “normalità”. Resta comunque una differenza
abissale rispetto a questi ultimi».
Impressionante la verosimiglianza della vita in carcere, l’odore di
sudore, cibo e fumo. Uno scrittore “di genere” deve sempre documentarsi?
«Lo scrittore di genere deve conoscere bene le situazioni descritte
nel romanzo. Ormai è un patto col lettore. La letteratura “nera” come
letteratura della realtà. E questo è uno degli elementi di crisi del romanzo
poliziesco italiano».
La scena della “vendetta” è quasi intollerabile. Per quanto funzionale
quel sadismo può apparire un po’ modaiolo...
«La cronaca e i processi ci insegnano che la violenza della vendetta
(al di fuori della criminalità organizzata) è sempre dura e intollerabile.
Non si limita mai al colpo di pistola o a una coltellata».
Benché lei propenda per situazioni estreme si sofferma sulle risate
improvvise dei poliziotti, sull’aspetto cioè accidentale delle cose...
«Sì, sono attratto da situazioni-limite, in cui credo - con Dostoevskij
- che si manifesti la realtà, però l'aspetto accidentale mi sembra un
ingrediente fondamentale per dare senso al racconto».
Quel rappresentante di commercio che diventa un gelido professionista
del crimine è davvero credibile?
«La realtà giudiziaria e processuale indica una sempre maggiore “cultura”
dei non professionisti in tema di delitti. Persone non dedite al crimine
uccidono seguendo logiche ben precise con lo scopo di farla franca. E
le informazioni le hanno attinte dalla televisione e dai giornali».
Filippo La Porta
|