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| Una giustizia
socialmente pericolosa di Benedetto Vecchi (Il Manifesto del 16 marzo 2004) |
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| Il corollario di questa umanità alla deriva è costituito da giornalisti forcaioli, anonimi ipermercati in quell'infernale nord-est da molti eletto da paradigma dell'Italia che sgobba e si arricchisce. La trama è scarna, essenziale. Un rapinatore sta scontando l'ergastolo perché durante un assalto ad una gioielleria ha preso in ostaggio un bambino di otto anni e la sua mamma e li ha uccisi a sangue freddo. Il complice del balordo l'ha fatta franca dato che il rapinatore non ha confessato il suo nome. In galera Raffaello, questo il nome del rapinatore, ha avuto una condotta irrepresenbile, ma non ha mai familiarizzato con le guardie, né si è mai prestato a quel gioco alla delazione che l'istituzione carceraria usa per mantenere sotto controllo una popolazione ostile. Ma ha un tumore alla stadio terminale e ha pochi mesi, forse un anno da vivere. Il romanzo è costituito come un diario a due voci, quello dell'ergastolano e quello del familiare delle vittime, l'anomimo Silvano, che conduce un'esistenza dominata dall'eco delle ultime parole della moglie sulla paura del buio, dell'«oscura immensità della morte». Ognuno dei due sa dell'inferno in cui vive l'altro e le loro strade non si sarebbero mai più incontrate se non ci fosse di mezzo quel tumore. Il carcerato chiede infatti grazia e ha bisogno del parere favorevole dei parenti delle vittime. Da quell'incontro prende l'avvio una discesa negli inferi, dove la violenza, la rabbia, il livore sono gli accompagnatori. Cosa vuol dire il perdono? cosa vuol dire la grazia? Può il codice penale lenire il dolore derivante da una uccisione a sangue freddo? Sono queste le domande che ricorrono continuamente nei monologhi dei due protagonisti, in un'Italia dove il giustizialismo regna sovrano e la vendetta viene spacciata, da quei funzionari della fabbrica del consenso rappresentata dai media, per giustizia. Massimo Carlotto non dà tregua al lettore e non gli risparmia nulla. Le pagine ammiccano al pulp, scandendo vite sempre sull'orlo della follia. La menzogna è l'ordine del discorso dominante. La sessualità è potere omicida sul corpo o non è. E' espressione della miseria maschile che viene calata come un burqa sulle teste delle donne che incrociano il duello a distanza tra i due protagonisti. E purtuttavia una delle chiavi di lettura de L'oscura immensità della morte sta in una frase messa in apertura del romanzo. E' una dichiarazione del consigliere della corte di cassazione Giuseppe Maria Berruti sulla legge che regola la concessione della grazia in Italia. Si legge che la grazia «è un'opportunità di clemenza che considera l'interesse generale a far cessare una specifica pena, e solo la confusione demagogica delle idee fece inserire il rilievo del perdono della vittima». Nel labirinto dei delitti e delle pene, assegnare ai parenti delle vittime un ruolo così delicato nel concedere la grazia significa introdurre un potere di veto nell'applicazione del diritto. Il romanzo di Carlotto è dunque una presa pubblica di parola di uno scrittore a favore di una riforma della legge sulla grazia, perché, sostiene a modo suo lo scrittore padovano, cioè con un romanzo, così facendo la giustizia abdica al suo ruolo. E la giustizia diviene vendetta e non ha più nulla a che fare con quel delicato e transitorio equilibrio tra crimine e sua repressione, perché il potere assegnato ai parenti delle vittime di esprimere un parere vincolante esprime un potere sovrano a chi è direttamente coinvolto in una vicenda, facendo venire meno l'imparzialità della legge. Per questo, il protagonista del romanzo si sente legittimato a tessere una feroce vendetta. E' da quasi un ventennio che la paura della devianza e del crimine tiene banco nelle discussioni pubbliche attorno al funzionamento della giustizia. Viene chiesto ai giudici di infliggere pene durissime, si prende parola a favore della pena di morte, si batte la grancassa sul fatto che l'unica giustizia possibile verso chi ha violato le norme della convivenza civile è la vendetta. Sono dieci anni, cioè da quando è stato pubblicato il fuggiasco, che Carlotto sostiene che non è possibile nessun sentimento di pietà per chi brancola in questo labirinto forcaiolo. In fondo, è in questo decennio che la repressione del crimine è stata impugnata per legittimare politiche di controllo sociale verso settori della società considerati potenzialmente criminali. C'è un migrante che compie una rapina, allora tutti i migranti sono potenzialmente dei criminali e per questo devono vedere limitati alcuni diritti civili e sociali. Lo stesso discorso vale per i tossicodipendenti. E giù via, marchiando la marginalità sociale con lo stigma dei «comportamenti socialmente pericolosi». Massimo Carlotto ha trattato questa deriva autoritaria della società italiana in tutti i suoi noir. Nella saga dell'Alligatore toccava però ai protagonisti buoni introdurre antidoti al veleno che sta avvelenando la società italiana. In questo romanzo mette invece nero su bianco e senza mezze misure che l'avvelenamento ha raggiunto quasi un punto di non ritorno. E che per rimettere sui binari giusti le coppie normalità, devianza, colpa e perdono, crimine e legge non bastano solo un manipolo di persone animate da buona volontà. Benedetto Vecchi |
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