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"Mi colpì l'odore di sudore, cibo e fumo, appena coperto da
quello dell' ammoniaca, e il continuo rumore di cancelli aperti e chiusi
con violenza".
Nell ultimo noir di Massimo Carlotto il carcere ci arriva addosso fisicamente,
con la sua puzza e i suoi rumori urticanti; gli ambienti sono descritti
con cura nei dettagli più molesti (ammesso che in galera ci sia
qualcosa di non molesto), e questo basterebbe a fare di questo libro una
lettura edificante.
Non solo per il ministro della Giustizia Roberto Castelli, che considera
le carceri alberghi a 4 stelle, ma anche perché, ci spiega lo stesso
Carlotto, il carcere, nella sua concretezza, viene troppo spesso rimosso.
Come negli ultimi romanzi dello scrittore padovano, siamo dentro - fino
al collo - nell ex mitico Nord-est, il modello di società e di
sviluppo che nel decennio scorso ha tenuto banco in Italia, finché
non si è sgretolato nella cronaca nera, demolito dalle sue stesse
contraddizioni. Una demolizione a cui Carlotto ha meritoria mente partecipato
con i suoi romanzi.
In L'oscura immensità della morte (e/o,
177 pagine, 13 euro) il lettore entra e esce di galera, scortato e piantonato
dai due io narranti, come due guardie: Raffaello Beggiato e Silvano Contin,
il carnefice e la vittima, almeno così ci vengono presentati. Il
carnefice, quindici anni prima, ha ucciso moglie e figlio della vittima;
alla vittima ha portato via tutto, cioè una felicità tranquilla
fatta di famiglia, stabilità e affari. Ora
Silvano fa tacchi e chiavi in un ipermercato, ma in realtà vive
nascosto, all ombra di se stesso o, meglio, nell oscura immensità
della morte.
Anche Raffaello, il carnefice, vive nella stessa oscurità: è
condannato all ergastolo, ma soprattutto è condannato a morte dal
cancro. È pentito, ma noi leggiamo il flusso dei suoi pensieri
e sappiamo che è pentito più per essersi fottuto la vita
che per aver ammazzato due innocenti. Raffaello ha un piano, vuole morire
fuori. Non andiamo oltre, non risparmieremo sorprese al lettore.
Nell'Oscura immensità Carlotto è
tornato cattivo come ai tempi di Arrivederci amore, ciao; dove essere
cattivo significa ignorare le liturgie del politically correct e raccontare
senza ipocrisie una realtà, la nostra,
in cui non ci sono buoni, i cattivi sono disperati, persi come tutti in
un qualche tipo di oscurità e come tutti convinti di essere sempre
un po più furbi degli altri. Almeno fino al giorno in cui non incontrano
uno più furbo. Nell Oscura immensità ce n'è per tutti.
Dentro e fuori dalla galera le regole non sono poi tanto diverse.
Il mondo di Carlotto è popolato di uomini e donne senza speranza,
pieni di illusioni che qualche volta diventano ossessioni. E non c è
un ossessione migliore di un altra. Non quella delle vittime che dicono
giustizia ma covano vendetta; non quella dei poliziotti, che cercano la
verità ma più per voglia di spartirsi il bottino che per
amore di legalità; non quella dei caritatevoli filantropi del volontariato,
che rimuovono i propri dolori affondando in quelli degli altri.
Non c' è buona volontà che non sia destinata al fallimento.
In questo, ci sembra, sta la tensione etica di
questo libro: nel non raccontare favole e non piegare la realtà
dentro schemi più digeribili. Grazia, giustizia, pena, sono concetti
relativi: e infatti fra certi rei e certi giustizieri favorevoli all eternità
delle pene dell inferno, Carlotto sceglie i rei.
Alla fine si intravede un residuo di luce, naturalmente nel personaggio
meno raccomandabile. Ma sentiamo che l autore, almeno quello implicito
nel testo, solidarizza con vittima e carnefice, due lati oscuri di una
medaglia che non ha facce esposte al sole.
Daniela Preziosi
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