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I fanatici delle eterne pene dell'inferno
di Daniela Preziosi
(Avvenimenti - n.10 del 12-18 marzo 2004)


"Mi colpì l'odore di sudore, cibo e fumo, appena coperto da quello dell' ammoniaca, e il continuo rumore di cancelli aperti e chiusi con violenza".
Nell ultimo noir di Massimo Carlotto il carcere ci arriva addosso fisicamente, con la sua puzza e i suoi rumori urticanti; gli ambienti sono descritti con cura nei dettagli più molesti (ammesso che in galera ci sia
qualcosa di non molesto), e questo basterebbe a fare di questo libro una lettura edificante.

Non solo per il ministro della Giustizia Roberto Castelli, che considera le carceri alberghi a 4 stelle, ma anche perché, ci spiega lo stesso Carlotto, il carcere, nella sua concretezza, viene troppo spesso rimosso. Come negli ultimi romanzi dello scrittore padovano, siamo dentro - fino al collo - nell ex mitico Nord-est, il modello di società e di sviluppo che nel decennio scorso ha tenuto banco in Italia, finché non si è sgretolato nella cronaca nera, demolito dalle sue stesse contraddizioni. Una demolizione a cui Carlotto ha meritoria mente partecipato con i suoi romanzi.

In L'oscura immensità della morte (e/o, 177 pagine, 13 euro) il lettore entra e esce di galera, scortato e piantonato dai due io narranti, come due guardie: Raffaello Beggiato e Silvano Contin, il carnefice e la vittima, almeno così ci vengono presentati. Il carnefice, quindici anni prima, ha ucciso moglie e figlio della vittima; alla vittima ha portato via tutto, cioè una felicità tranquilla fatta di famiglia, stabilità e affari. Ora
Silvano fa tacchi e chiavi in un ipermercato, ma in realtà vive nascosto, all ombra di se stesso o, meglio, nell oscura immensità della morte.

Anche Raffaello, il carnefice, vive nella stessa oscurità: è condannato all ergastolo, ma soprattutto è condannato a morte dal cancro. È pentito, ma noi leggiamo il flusso dei suoi pensieri e sappiamo che è pentito più per essersi fottuto la vita che per aver ammazzato due innocenti. Raffaello ha un piano, vuole morire fuori. Non andiamo oltre, non risparmieremo sorprese al lettore.

Nell'Oscura immensità Carlotto è tornato cattivo come ai tempi di Arrivederci amore, ciao; dove essere cattivo significa ignorare le liturgie del politically correct e raccontare senza ipocrisie una realtà, la nostra,
in cui non ci sono buoni, i cattivi sono disperati, persi come tutti in un qualche tipo di oscurità e come tutti convinti di essere sempre un po più furbi degli altri. Almeno fino al giorno in cui non incontrano uno più furbo. Nell Oscura immensità ce n'è per tutti. Dentro e fuori dalla galera le regole non sono poi tanto diverse.
Il mondo di Carlotto è popolato di uomini e donne senza speranza, pieni di illusioni che qualche volta diventano ossessioni. E non c è un ossessione migliore di un altra. Non quella delle vittime che dicono giustizia ma covano vendetta; non quella dei poliziotti, che cercano la verità ma più per voglia di spartirsi il bottino che per amore di legalità; non quella dei caritatevoli filantropi del volontariato, che rimuovono i propri dolori affondando in quelli degli altri.
Non c' è buona volontà che non sia destinata al fallimento. In questo, ci sembra, sta la tensione etica di
questo libro: nel non raccontare favole e non piegare la realtà dentro schemi più digeribili. Grazia, giustizia, pena, sono concetti relativi: e infatti fra certi rei e certi giustizieri favorevoli all eternità delle pene dell inferno, Carlotto sceglie i rei.
Alla fine si intravede un residuo di luce, naturalmente nel personaggio meno raccomandabile. Ma sentiamo che l autore, almeno quello implicito nel testo, solidarizza con vittima e carnefice, due lati oscuri di una medaglia che non ha facce esposte al sole.

Daniela Preziosi

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