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E’ da oggi in libreria “L’oscura immensità della
morte” (edizioni e/o, 13,00 euro, 173 pagine) il nuovo romanzo di
Massimo Carlotto, che racconta di perdono e vendetta.
Un Carlotto sempre più noir, attento a evitare qualsiasi connotazione
morale in questa cinica storia disperata e dolorosa di un borghese piccolo
piccolo e della sua lucida trasformazione in folle giustiziere criminale.
Più nera, perché non riguarda solo banditi, mafiosi e malavita
spietata, ma mette la lente su come sia facile saltare il confine del
delitto anche per Silvano Contin, un “regolare”, come lo chiama
Raffaello Beggiato, pluriomicida condannato all’ergastolo che aspira
alla grazia o alla sospensione della pena per buona condotta e perché
coi giorni contati per via di un cancro allo stomaco.
Beggiato, durante una rapina, strafatto di coca, uccise a sangue freddo
il piccolo figlio di Contin, Enrico, e la moglie Clara, presi casualmente
come ostaggi all’arrivo della polizia, che lo arresta, mentre il
suo complice riusciva a eclissarsi con il ricco bottino. Poi, per cercare
di attenuare le proprie responsabilità in tribunale, ha sempre
negato di essere stato lui a sparare e non ha mai fatto il nome del compagno.
Da allora Contin, che perde il lavoro, si riduce a fare il ciabattino
e vive praticamente in solitudine assoluta, precipita in quella che lui
stesso definisce l’oscura immensità della morte, “condannato
all’ergastolo del dolore”, come sintetizza Beggiato, aggiungendo
di averne visi “tanti di ergastolani impazzire di disperazione e
lui era come loro”. Una follia che esplode liberamente il giorno
in cui proprio Beggiato chiede la grazia e Contin è chiamato per
legge a dover dare o meno il suo perdono.
Quest’ultimo lo subordina al fatto che l’altro gli riveli
il nome dell’assassino dei suoi cari, del suo complice. Non riuscirà
naturalmente ad averlo da chi spera comunque di uscire e sa che la sua
omertà sarà ripagata con metà della refurtiva di
allora. Ma in qualche modo, a un certo punto, Contin avrà quel
nome e metterà in atto una vendetta a quindici anni di distanza,
fredda, sadica, sanguinaria irrompendo nella vita di una coppia tranquilla
, che ha praticamente dimenticato il proprio passato e si è ricostruita
una vita normale.
Carlotto racconta questa storia intrecciando, capitolo dopo capitolo,
i punti di vista dei due protagonisti. Silvano e Raffaello, e mostrando
attorno a loro un mondo attento solo al proprio tornaconto, sempre ambiguo
o indifferente, di prigioni infernali, di dame pietose, di puttane oneste,
di commissari intelligenti, di giornalisti impietosi. Lo fa con la sua
scrittura essenziale e con una costruzione narrativa coinvolgente. Così,
mentre i due ex banditi sono cambiati, hanno riflettuto sul loro passato,
e su come si siano rovinati l’esistenza, il borghese piccolo piccolo,
la loro vittima si trasforma in un efferato criminale, macchiandosi di
un duplice omicidio. Poi, nonostante un vecchio commissario abbia capito
tutto e sia riuscito a ricostruire i fatti, questi la farà franca
perché al suo posto, come a saldare un debito antico, ci penserà
Beggiato, che tanto ormai ha i giorni contati.
Contin riuscirà a fare quello che l’ergastolano sognava di
mettere in atto per sé, fuggire col bottino in Sudamerica e vivere
come un signore, lasciandosi tutto alle spalle. E ci riesce solo con l’aiuto
di psicofarmaci che gli levano dalla testa finalmente l’immagine
dei due corpi dei propri cari all’obitorio, cui si sono aggiunte
quelle dei volti delle sue due vittime.
Nel nostro mondo anche il rimorso si può cancellare, chimicamente.
E si entra – per caso o per scelta – nella spirale dell’odio
e del sangue, nessuno si salva e le parti sono intercambiabili: un tranquillo
borghese ben integrato può diventare un sadico omicida e un incallito
criminale, segnato da anni e anni di galera, può fare un gesto
a suo modo riparatore. Inutile cercare di stabilire confini e differenze
in una società che non è più capace di esprimere
certezze e ideali o principi etici.
R.C.
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