Lo scenario è truce, il solito Nordest: ricco, sanguinario, maialesco,
bossiano. Storia raggelante e di routine, cronaca mortuaria dalla periferia
opulenta dove non mancano volontarie alcolizzate, pretini invadenti, giornalisti
banali, sbirri corrotti, sesso a piacere. E quattro morti: due in presa
diretta durante la fuga dopo una rapina, altri due per effetto secondario.
Morale: contrariamente a quanto finora annunciato ribadito gridato e perfino
salmodiato sia nelle pubbliche piazze che sotto le cupole di santa romana
chiesa, la miglior vendetta è la vendetta. Privata o di Stato,
non ha importanza. Purché sia eterna. E lasci dietro di sè
il deserto, un cumulo umano di macerie che è poi la nostra vita
quotidiana.
Questo il filo sottile che avvolge l'ultimo romanzo di Massimo Carlotto
(L'oscura immensità della morte, edizioni e\o), sicuramente tra
le firme più solide del noir, non solo italiano. La vicenda: due
balordi strafatti coca alleggeriscono un gioielliere. Sembra una rapinetta
facile ma all'improvviso le cose si complicano e bisogna mettere le ali
ai piedi. Madre e figlio, figlio di otto anni, si ritrovano ad essere
ostaggi dei banditi in cerca di salvezza. Il bimbo viene freddato con
un colpo di pistola che gli attraversa collo e spalla, la mamma centrata
in pancia. Silvano Contin, che in quel momento girava in Mercedes e campava
alla grande vendendo vini di qualità, resta improvvisamente solo:
la vita, tempo un minuto, è riuscita a scarnificarlo, a farne (almeno
in apparenza) lo spettro di quello che era un borghese piccolo piccolo
e sicuro d'essere felice. Chiude in un garage i ricordi (vestiti e giocattoli),
cambia casa per sfuggire alla pietà dei vicini e tiene sotto gli
occhi soltanto due fotografie di Clara ed Enrico. Mica immagini felici.
Sceglie di conservare i ritrattini in bianco e nero scattati a Medicina
legale, sul tavolo dell'autopsia. Ossia cadaveri saccheggiati dal bisturi
dell'anatomo patologo e rimessi insieme alla svelta.
E i banditi? Uno se la sfanga, l'altro paga con l'ergastolo però
dopo quindici anni di reclusione deve chiedere aiuto: ha bisogno della
grazia perché un tumore lo sta divorando e vorrebbe morire da uomo
libero. Ma la grazia, per arrivare, ha necessità del consenso dei
familiari delle vittime. E Silvano Contin, dopo un breve incontro in carcere
con lui, dice no. Non perdona. Un varco per rimettere il rapinatore in
libertà comunque c'è: è una soluzione che salva la
faccia di tutto e di tutti. Dello Stato che, dopo aver comminato una pena,
non ha la forza di decidere da solo se graziare un detenuto; del povero
Contin che non può e non vuole dimenticare. A questo punto il gioco
si complica e i personaggi, bottino al seguito, seguiranno strade diverse,
fuori copione.
Il libro di Carlotto, e siamo già a pagina 70, comincia qui. E
vola. Sequenze gelide da autoscatto, a mitraglia, neanche una riga per
raccontare dei drammi interiori, del turbinio che scuote casi e coscienze.
C'è delitto e anche castigo ma non cercate rimorso e pentimento:
il Raskolnikov di Carlotto non ha niente di Dostoevskij. E' un balordo
da quattro soldi, misero e miserabile, che prende semplicemente atto d'aver
sbagliato.
Prosa secca, glaciale come l'obiettivo del fotografo davanti alla perizia
necroscopica. Colpo su colpo, in un rimescolamento di carte dove nessuno
si comporta come dovrebbe. Ispirato dalla moglie, che gli appare in sogno,
Contin segue un itinerario imprevedibile, lavora a un progetto rischioso
e difficile. Nel frattempo, il malato terminale si prepara ai fuochi d'artificio:
donne e champagne fino all'ultimo respiro. Perché c'è morte
e morte. Il complice, che s'è sposato una sciampista, aspetta di
consegnargli la metà della sua parte e intanto si gode il benessere
conquistato col sangue di due innocenti.
Fosse una storia politicamente corretta, finirebbe tutto in gloria, cattivi
da una parte e onesti dall'altra. Fosse una storia politicamente corretta,
ci sarebbe anche la conversione di un assassino che diventa santo. Invece
no: affiora, in tutta la sua pochezza, il lato donabbondiesco della giustizia
di fronte al dilemma d'una richiesta di grazia (tema di scottante attualità).
Dietro il sipario del ruolo pubblico, si muove la mediocrità. Il
commissario Valiani, per esempio, è uno che pedala su scarpe da
quaranta euro e non ha nulla dei suoi colleghi più famosi, nemmeno
un sussulto di furore, di indignazione. L'unico personaggio che non esce
a pezzi è una vecchia battona ormai in disarmo.
Pur mettendo il noir al servizio del dibattito più attuale della
società civile, Carlotto non appesantisce mai il ritmo di un racconto
cucito, attimo dopo attimo, sull'effetto-sorpresa, su quello che il lettore
non si aspetta e che in fondo è invece lo squallido palcoscenico
di tutti i giorni. L'oscura immensità della morte si presta ad
essere una strepitosa fiction televisiva, una riflessione collettiva su
quello che siamo e quello che vorremmo essere: soprattutto su quello che
potremmo diventare stuzzicati dai demoni del desiderio, della tentazione,
del rancore che si fa vendetta. Pazienza se poi tutto questo finisce per
essere sonno della ragione: la vita è anche buio.
Giorgio Pisano
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