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Prologo
1989 – una città del Nordest.
L’imputato aveva il labbro spaccato, gli occhi pesti,
il naso rotto e gonfio con due tamponi emostatici che spuntavano
dalle narici e lo costringevano a respirare con la bocca.
I due agenti della polizia penitenziaria che lo sorreggevano
dovettero aiutarlo a sedersi. Era conciato male. |
| Il giudice, seccato,
guardò l’avvocato per cercare di capire se
avrebbe tentato di rinviare l’interrogatorio. L’altro
lo rassicurò alzando le spalle. Il suo cliente aveva
ben altri problemi a cui pensare.
Il giudice, sollevato, dettò
al cancelliere le generalità dei presenti e chiese
all’imputato se intendeva sottoporsi all’interrogatorio.
Raffaello Beggiato si voltò verso il difensore che
lo incoraggiò con un plateale cenno della mano. «Sì»
rispose a fatica. La bocca gli faceva male, i pugni degli
sbirri gli avevano fatto saltare qualche dente e si era
morso la lingua quando gli avevano strizzato i testicoli.
Ma nemmeno lui aveva voglia di lamentarsi. Le percosse facevano
parte del trattamento riservato agli arrestati in flagranza.
L’intensità variava a seconda del reato. E
il suo era di quelli che autorizzavano chiunque indossasse
una divisa a rompergli il muso. Mentre era in questura,
nella stanza dove lo avevano ammanettato a una sedia, erano
entrati anche sbirri di altri reparti per il solo gusto
di tirargli un cazzotto o sputargli in faccia. Beggiato
non se l’era presa più di tanto, in fondo erano
le regole del gioco. Aveva solo sperato che lo portassero
in carcere alla svelta. Lì nessuno lo avrebbe toccato
e avrebbe potuto concentrarsi per trovare una via d’uscita.
Magari lo scopino del reparto isolamento era una vecchia
conoscenza e gli avrebbe procurato un po’ di coca.
Ne aveva bisogno per recuperare forza e lucidità.
Invece non si era fatto vivo nessuno
e l’appuntato dell’infermeria si era rifiutato
di somministrargli un antidolorifico. Aveva trascorso quattro
ore disteso sulla branda a fissare la lampadina che pendeva
dal soffitto soffrendo come un cane e pensando all’interrogatorio.
Alla fine si era reso conto che nemmeno una buona sniffata
gli avrebbe fatto venire in mente una soluzione decente.
Il giudice riassunse il caso ma l’imputato non lo
ascoltò. Sapeva bene come erano andate le cose. Lui
e il suo complice avevano studiato il colpo per un paio
di settimane. Sembrava un lavoretto facile. Avevano deciso
di vestirsi allo stesso modo per dare un tocco di originalità
alla rapina; avevano comprato due passamontagna da motociclisti
in seta e due completi in velluto di colore nero. Le armi
se le erano procurate da un pezzo e le avevano già
usate per ripulire un paio di uffici postali e le casse
di tre supermercati. Il giorno prescelto avevano atteso
che il gioielliere e sua moglie aprissero la porta blindata
dopo la pausa pomeridiana. Erano spuntati all’improvviso
alle loro spalle e li avevano spinti nel negozio. Il commerciante
aveva detto le solite cazzate ma si era fatto disarmare
e aveva aperto la vecchia cassaforte Conforti senza tante
storie. Era strapiena di oro lavorato e pietre di prima
scelta. Gioielli nuovi e di “antiquariato”,
termine sofisticato usato dai proprietari per coprire l’attività
clandestina di banco di pegni del negozio. Merce che non
appariva in nessun registro e che avrebbero evitato con
cura di menzionare nella lista dei preziosi rapinati.
Lui e il suo complice avevano impiegato
una decina di minuti per riempire le borse. Abbastanza perché
arrivasse una pattuglia della polizia. La moglie aveva premuto
un bottone d’allarme di cui loro non sapevano nulla.
Il basista aveva giurato che non c’era nessun allarme
nascosto ma in realtà non aveva controllato. Mai
fidarsi degli incensurati che iniziano a commettere reati
per pagarsi i debiti di gioco. Affrontano la vita come se
fosse una partita a dadi, affidandosi alla fortuna e a una
manciata di probabilità. Si erano guardati negli
occhi. «Fanculo gli sbirri» aveva detto il suo
socio. «Fanculo tutti» aveva detto lui.
Il bottino era di quelli che ti sistema per la vita e valeva
il rischio. Forse, se non fossero stati strafatti di coca
si sarebbero arresi limitando i danni, ma in quel momento
i pensieri, nel cervello, viaggiavano veloci e sicuri in
un’orbita troppo lontana dal buon senso.
Lui aveva afferrato la moglie del gioielliere per il collo
e l’aveva spinta fuori dal negozio puntandole la pistola
alla testa.
Il complice aveva tramortito il proprietario ed era uscito
portando con sé le borse con i preziosi. Tutti avevano
iniziato a urlare. Loro, gli sbirri, l’ostaggio e
i passanti. I due non sapevano cosa fare. Una macchina gialla
era spuntata all’improvviso da una traversa e si era
ritrovata nel bel mezzo del
casino, a dividere buoni e cattivi.
Ne avevano approfittato. Dopo aver gettato a terra l’ostaggio
si erano precipitati a spalancare le portiere della macchina.
Al volante c’era una donna con il volto deformato
dallo stupore, sul sedile posteriore un bambino che chiedeva
alla mamma cosa stava succedendo.
Erano bastati pochi secondi per impadronirsi della vettura
e fuggire con i nuovi ostaggi. Qualche centinaio di metri
dopo la macchina era stata bloccata dalle pattuglie di rinforzo.
Lui era sceso con il bambino minacciando di sparargli se
non li avessero lasciati passare, e quando si era convinto
che gli sbirri non avevano nessuna intenzione di obbedire
aveva tirato il grilletto. Il proiettile era entrato tra
il collo e la spalla e aveva attraversato il corpo, uscendo
da un fianco. Il bambino si era afflosciato sull’asfalto.
L’urlo della madre aveva sovrastato per un attimo
ogni rumore.
Gli sbirri erano rimasti impietriti. Dovevano aver pensato
che quello non era un professionista e non agiva secondo
le regole del gioco. Non era necessario uccidere il bambino;
bastava fare la voce grossa e loro li avrebbero lasciati
andare.
Fino alla prossima mossa. Non erano mica in America dove
si spara per un nonnulla. Era una tranquilla città
del Nordest e quel corpo steso a terra era un bambino biondo
appena uscito da scuola.
«Adesso non vorranno più trattare» si
limitò a dire il complice.
Conoscendolo sapeva che gli sarebbe piaciuto sparargli alla
schiena, ma aveva ancora bisogno di lui per fuggire.
Massimo Carlotto
© 2004 edizioni e/o Roma.
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Nel corso di una rapina, un malvivente
prende in ostaggio una donna e il figlio di otto anni e
li uccide. L’uomo viene condannato all’ergastolo.
Ma per Silvano Contin, al quale hanno ammazzato moglie e
figlio, la sentenza non basta. Quel giorno ha perso tutto
e si ritrova prigioniero della solitudine e della memoria.
Quindici anni dopo l’omicida, colpito da un tumore
inguaribile, chiede la grazia e quindi necessariamente il
perdono di Contin.
La risposta di quest’uomo, devastato dal dolore e
avvolto dall’oscura immensità della morte,
è il cuore di questo romanzo. Due sofferenze a confronto,
quella della vittima e quella dell’ergastolano: chi
sta scontando la pena più dura?. Due protagonisti
si affrontano, il colpevole e l’offeso: chi è
il peggiore? Dove si annida il male? Due tragedie si fondono,
alimentate dall’incapacità dello stato a dare
risposte certe alle vittime e ai “cittadini detenuti”
rinchiusi in affollati istituti di pena.
Il ritmo dell’azione è serrato e travolgente,
i dialoghi sono crudi e le riflessioni scarne ma essenziali.
La visione del mondo può sembrare spietata, ma è
semplicemente onesta e coraggiosa, ed esprime con vigore
il lato tragico dell’esistenza.
Per Laurent Lombard, uno dei maggiori esperti di letteratura
noir italiana, “si conferma il talento di Massimo
Carlotto: una scrittura incalzante e incisiva, il contrasto
dei sentimenti, il tono cinico che annienta le certezze
morali e l’ipocrisia dominante dell’Italia contemporanea.
Con questo romanzo l’autore ribadisce la sua posizione
inedita nel panorama attuale del noir”.
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