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- L'OPERA IN GENERALE -

Claudio Milanesi, "L'Alligatore, il Nordest come metafora", in Italies Littérature, civilisation, société. Revue d'études italiennes, 4, 2 voll., Université de Provence, 2000, pp. 673-688.

L'Alligatore, il nordest come metafora.

Sono lontani i tempi in cui si poteva addurre il mancato sviluppo urbano dell'Italia come pretesto per l'impossibilità di un giallo italiano. Il Belpaese è oggi una sterminata realtà urbana interrotta da quelle che sono ormai assurde e anacronistiche isole rurali. E il giallo italiano rappresenta una tradizione che si è sviluppata nel corso di diverse generazioni. All'interno di questa tradizione letteraria, anche le tipologie delle forme e degli elementi del romanzo poliziesco si sono ormai consolidate ; si pensi ai vari sottogeneri come quelli del giallo politico, del giallo storico, del romanzo di mafia ecc., o all'emergere di tipologie dei personaggi indispensabili allo sviluppo del genere, che siano gli investigatori -commissari o marescialli-, i criminali -isolati o organizzati-, serial killer o insospettabili professonisti , o le vittime - giovani professoresse o navigate prostitute-, confidenti della polizia o curati di montagna.

Nella tradizione italiana, la tipologia che ha fatto più fatica a fornire modelli credibili è quella dell'investigatore privato. Da sempre priva di una cultura dell'investigazione, l'Italia ha potuto dar vita a decine e decine di investigatori onesti servitori dello Stato, il più delle volte più onesti dello Stato stesso, commissari, marescialli, vicequestori o agenti di polizia, a volte prodotti letterari di imitazione, nel migliore dei casi realistiche personificazioni, didascaliche e ormai abusate, dell'onestà e delle dedizione, alla ricerca della verità e della giustizia. Ma nel filone del giallo tendente al noir, il cui principale interesse è la denuncia sociale, e non il rassicurante ristabilimento dell'equilibrio e del Bene, la figura dell'onesto commissario non funziona. Tanto più che il lettore dell'Italia che vive la lunga agonia della Prima Repubblica, crede con sempre maggiore difficoltà, e a maggior ragione si identifica sempre meno, nell'onesto servitore dello Stato, subissato com'è di notizie su servizi deviati, guardie di finanza corrotte, o carabinieri che manipolano testimoni e collaboratori di giustizia. In generale, se mai ci ha creduto, l'italiano di fine secolo non crede nella giustizia terrena, né nella purezza dello Stato etico, né nella dedizione assoluta dei loro servitori. Per entrambe queste ragioni, il noir italiano ha bisogno di un investigatore privato.

Il giallo italiano ha già partorito alcune figure di detective privati. Si pensi in particolare al Sasà Iovini di Attilio Veraldi, commercialista maneggione, che dopo aver vissuto di espedienti, ha sistemato il suo ufficio nel bar che sta a fianco all'intendenza di finanza ; o al Luca Marotta di Gianni Materazzo, un mezzo avvocato sessantottino che è coinvolto per caso in inchieste in cui collabora col sostituto procuratore Nicola Morace. Il limite di questi due detective privati è però che entrambi collaborano con le forze dell'ordine, finendo così in un modo o nell'altro per schierarsi dalla parte del ristabilimento dell'ordine sociale contro la criminalità che lo minaccia, che sia crimine organizzato, corruzione o crimine endogeno di stampo borghese.

Queste le coordinate, letterarie e storiche, in cui si trova a scrivere, a metà degli anni Novanta, Massimo Carlotto: come dare credibilità a un investigatore privato che agisca sullo sfondo geografico del Nordest devastato dallo sviluppo galoppante, dentro a un'Italia che non crede più a nulla, in cui anche gli investigatori privati della cronaca sono in genere ex poliziotti col vizio del ricatto e del dossier nell'armadio ? In un'Italia in cui il clima di diffidenza generale ha investito, oltre che la classe politica e la magistratura anche le forze dell'ordine, e affinché il suo detective sia non paladino del ritorno di un ordine che non è altro che il paramento della corruzione e dell'ingiustizia, ma isolato vendicatore di una particolare, o generazionale, concezione della giustizia, Carlotto deve allora creare una sorta di vendicatore dell'antagonismo radicale, non un paradetective che fa da spalla a delle forze dell'ordine in difficoltà, ma l'esponente di una controsocietà in lotta contro tutto e contro tutti. È così che nasce il trio di investigatori del ciclo dell'Alligatore : Marco Buratti, Beniamino Rossini e Max la Memoria, tre investigatori privati con una loro morale, generazionale e/o malavitosa, creazione letteraria ma realisticamente fondata su una rigorosa osservazione e conoscenza del sottobosco del carcere, della malavita e della generazione perduta degli anni di piombo.

 

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