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Sono lontani i tempi in cui si poteva addurre il mancato sviluppo
urbano dell'Italia come pretesto per l'impossibilità di un giallo
italiano. Il Belpaese è oggi una sterminata realtà urbana interrotta
da quelle che sono ormai assurde e anacronistiche isole rurali.
E il giallo italiano rappresenta una tradizione che si è sviluppata
nel corso di diverse generazioni. All'interno di questa tradizione
letteraria, anche le tipologie delle forme e degli elementi del
romanzo poliziesco si sono ormai consolidate ; si pensi ai vari
sottogeneri come quelli del giallo politico, del giallo storico,
del romanzo di mafia ecc., o all'emergere di tipologie dei personaggi
indispensabili allo sviluppo del genere, che siano gli investigatori
-commissari o marescialli-, i criminali -isolati o organizzati-,
serial killer o insospettabili professonisti , o le vittime - giovani
professoresse o navigate prostitute-, confidenti della polizia o
curati di montagna.
Nella tradizione italiana, la tipologia che ha fatto più fatica
a fornire modelli credibili è quella dell'investigatore privato.
Da sempre priva di una cultura dell'investigazione, l'Italia ha
potuto dar vita a decine e decine di investigatori onesti servitori
dello Stato, il più delle volte più onesti dello Stato stesso, commissari,
marescialli, vicequestori o agenti di polizia, a volte prodotti
letterari di imitazione, nel migliore dei casi realistiche personificazioni,
didascaliche e ormai abusate, dell'onestà e delle dedizione, alla
ricerca della verità e della giustizia. Ma nel filone del giallo
tendente al noir, il cui principale interesse è la denuncia sociale,
e non il rassicurante ristabilimento dell'equilibrio e del Bene,
la figura dell'onesto commissario non funziona. Tanto più che il
lettore dell'Italia che vive la lunga agonia della Prima Repubblica,
crede con sempre maggiore difficoltà, e a maggior ragione si identifica
sempre meno, nell'onesto servitore dello Stato, subissato com'è
di notizie su servizi deviati, guardie di finanza corrotte, o carabinieri
che manipolano testimoni e collaboratori di giustizia. In generale,
se mai ci ha creduto, l'italiano di fine secolo non crede nella
giustizia terrena, né nella purezza dello Stato etico, né nella
dedizione assoluta dei loro servitori. Per entrambe queste ragioni,
il noir italiano ha bisogno di un investigatore privato.
Il giallo italiano ha già partorito alcune figure di detective
privati. Si pensi in particolare al Sasà Iovini di Attilio Veraldi,
commercialista maneggione, che dopo aver vissuto di espedienti,
ha sistemato il suo ufficio nel bar che sta a fianco all'intendenza
di finanza ; o al Luca Marotta di Gianni Materazzo, un mezzo
avvocato sessantottino che è coinvolto per caso in inchieste in
cui collabora col sostituto procuratore Nicola Morace. Il
limite di questi due detective privati è però che entrambi collaborano
con le forze dell'ordine, finendo così in un modo o nell'altro per
schierarsi dalla parte del ristabilimento dell'ordine sociale contro
la criminalità che lo minaccia, che sia crimine organizzato, corruzione
o crimine endogeno di stampo borghese.
Queste le coordinate, letterarie e storiche, in cui si trova a
scrivere, a metà degli anni Novanta, Massimo Carlotto: come
dare credibilità a un investigatore privato che agisca sullo sfondo
geografico del Nordest devastato dallo sviluppo galoppante, dentro
a un'Italia che non crede più a nulla, in cui anche gli investigatori
privati della cronaca sono in genere ex poliziotti col vizio del
ricatto e del dossier nell'armadio ? In un'Italia in cui il clima
di diffidenza generale ha investito, oltre che la classe politica
e la magistratura anche le forze dell'ordine, e affinché il suo
detective sia non paladino del ritorno di un ordine che non è altro
che il paramento della corruzione e dell'ingiustizia, ma isolato
vendicatore di una particolare, o generazionale, concezione della
giustizia, Carlotto deve allora creare una sorta di vendicatore
dell'antagonismo radicale, non un paradetective che fa da spalla
a delle forze dell'ordine in difficoltà, ma l'esponente di una controsocietà
in lotta contro tutto e contro tutti. È così che nasce il trio
di investigatori del ciclo dell'Alligatore : Marco Buratti, Beniamino
Rossini e Max la Memoria, tre investigatori privati con
una loro morale, generazionale e/o malavitosa, creazione letteraria
ma realisticamente fondata su una rigorosa osservazione e conoscenza
del sottobosco del carcere, della malavita e della generazione perduta
degli anni di piombo.
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