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- L'OPERA IN GENERALE -

Massimo Carlotto: tra autobiografia, «reportage» e «noir»

Saveria Chemotti: docente presso il Dipartimento di Italianistica dell'Università di Padova. Ha pubblicato saggi su Foscolo, il Romanticismo italiano ed europeo, la narrativa del primo Novecento, Antonio Gramsci, Tonino Guerra, Piero Sanavio, Giuseppe Berto e su numerosi altri autori e temi otto-novecenteschi. E' condirettore di "Studi Novecenteschi", rivista di storia della letteratura italiana e contemporanea.


Il primo libro di Massimo Carlotto, Il fuggiasco,183 ricostruisce con uno stile pacato, terso, senza piagnistei o recriminazioni, nessun moralismo d'accatto (un amarcord con passaggi di disincantata ironia e di imprevedibile autoironia), una tranche de vie drammatica, legata a uno dei casi giudiziari più intricati del secondo dopoguerra, rimasto famoso, appunto, come "caso Carlotto".184

Queste note autobiografiche non riguardano comunque il processo, ma raccontano come il sottoscritto abbia vissuto per alcuni anni una sua diretta conseguenza - la latitanza - e il ruolo che ha ricoperto negli ultimi mesi della vicenda giudiziaria. Le ho scritte senza prendermi troppo sul serio come sempre ho fatto in questi anni. E stata la mia difesa contro il sonno della ragione e la distrazione della provvidenza. (IF, 10-11)

Le pagine raccontano la vita quotidiana e i comportamenti del «fuggiasco» in un flash-back che prende l'avvio dalla fine della sua latitanza, nel gennaio del 1985, quando viene arrestato in Messico. «Venduto» ai Federales dal suo avvocato Melvin Cervera Sanchez, dopo essere stato picchiato e torturato, egli viene espulso. Si consegna alle autorità giudiziarie italiane per scontare il residuo della pena e scopre che si erano scordate completamente di spiccare un mandato di cattura nei suoi confronti.

Le avventure di questo «latitante per caso», fuggito dall'Italia nel 1982 dopo la sentenza della Conte di Cassazione che lo condannava a diciotto anni di reclusione per l'omicidio di Margherita Magello, una studentessa di 25 anni, un delitto di cui si è sempre proclamato innocente, iniziano con un biglietto di viaggio per Parigi acquistato alla stazione ferroviaria di Padova.

Nella capitale francese, da sempre rifugio di esuli politici, può contare sull'amicizia e il sostegno di un'ampia comunità di esuli provenienti da disparati angoli della terra, greci, turchi, curdi, cileni, argentini, iraniani, molti italiani, e sull'amore di Alessandra, la ragazza che lo seguirà per lungo tempo, come una specie di 'vedova bianca', condividendo le sue traversie fino a scoppiare sotto il peso di un rapporto troppo gravoso e logorante.

Egli impara prima di tutto a travestirsi, a cambiare identità, a scegliere il look adatto alle diverse situazioni, a evitare i controlli di polizia, a non destare sospetti nei vicini: il libro assomiglia, a tratti, a un prezioso manuale di istruzioni per latitanti impacciati...

'aspetto recitativo è fondamentale per il latitante, come per un attore sul palcoscenico. Quando quest'ultimo non vive bene la parte e non sa essere disinvolto sulla scena provoca negli spettatori un senso di fastidioso imbarazzo. Lo stesso vale per il latitante; il personaggio deve essere vissuto con grande naturalezza, altrimenti chi lo frequenta capisce che qualcosa non quadra. (IF, 42)

Lo osserviamo mentre si destreggia tra barbe finte, occhiali, abiti, accenti, e si trasforma in Bernard, un personaggio copiato dai film di Luis de Funès, prototipo dell'impiegato statale rassegnato e socialmente innocuo; in Gustave, una variante intellettuale con interessi artistici influenzata dai film sulla resistenza; in Alberto, uno psichiatra; in José, uno spagnolo esperto di guerriglia urbana; in Jason, un inglese esperto in computer. Sorridiamo, perfino, dinanzi alle sue traduzioni "politiche" dei dialoghi dei fotoromanzi italiani e agli interventi provvidenziali del «santo patrono dei latitanti per caso»

Quando arriva in Messico, spinto da un entusiasmo ingenuo per il paese che aveva «ospitato Trockij, Vidali e la Modotti» (lE, 97), è già affetto da bulimia; la malattia, che si aggraverà progressivamente, è figlia di un vecchio trauma subito nelle carceri speciali di Cuneo nel 1977.

Si stabilisce a Città del Messico, chiassosa, esaltante, dove tutto pare accadere nella più assoluta indifferenza, come se fosse ai confini della realtà:

Questa demente megalopoli violentò a tal punto la mia coscienza e la mia fantasia da rendermi succube della sua folle quotidianità. Vivevo perennemente in uno stato di sbigottimento, tensione e paura. (lE, 98)

La sinistra messicana, lacerata da una crisi atavica tra fazioni contrapposte, lo accoglie con benevolenza: torna all'Università, segue i corsi di storia sulla rivoluzione zapatista, diventa un entusiasta studioso di tradizioni popolari. Conosce Vlady, un pittore impegnato a valorizzare la tradizione culturale indigena della sua terra; un bizzarro pastore con cui avvia un commercio di pecore da macello e che gli offre disgustosi pranzi a base di armadillo; Odile, una francese dolce ed energica, moglie di un sindacalista messicano, distrutta dalla scomparsa di uno dei suoi figli, un maschietto di quattro anni, probabile vittima di qualche racket; Kioko, una ventenne giapponese che s'innamora di lui.

Molte sono le persone che hanno lasciato una traccia profonda nella sua vita: un anarchico basco che si sente offeso dal film di Pontecorvo sull'attentato al ministro franchista Carrero Blanco; un dentista parigino che non lo denuncia; un tassista che io aiuta a sfuggire a un posto di blocco e, ancora, Lolo, un musicista cileno, malato terminale di cancro e fino all'ultimo indomito promotore di uno dei Comitati Internazionali sorti in sua difesa; Xavier, abbattuto in Honduras sull'uscio di casa; Tomàs, un cantautore guatemalteco obeso come lui; Belinda, un'amica peruviana incontrata nel quartiere di Pigalle e caduta combattendo tra i Tupac Amarù; Carmen, un 'infermiera colpita da un mortaio in Salvador mentre cerca di mettere in salvo due bambini, ma soprattutto Ramòn, il detenuto tedesco che in carcere gli insegna che «la latitanza è come il blues: uno stato dell'anima» (IF, 22).

Carlotto costruisce per ognuno di loro un breve medaglione che racchiude la loro immagine e ce la restituisce con una levità venata di sincera commozione che pare forzare il pudore di queste pagine.

Lettere sgualcite, passate per troppe tasche o voci distorte dall'eco delle te­lefonate intercontinentali: una data, la causa della morte. Ma sono i perché che a volte non capisco. Di quelle scelte maturate in esilio, così terribili, così coraggiose e forse così sbagliate. Ho il sospetto che spesso siano state dettate dal destino di essere sopravvissuti, di aver raggiunto la salvezza percorrendo strade lastricate di sangue, torture, galera, errori e tradimenti. Tornare era forse l'unico modo per chiudere i conti con il passato. Altro non so dire. (IF, 82)

La scelta dell'esilio include il tormento della nostalgia, il desiderio di tornare in patria, i sensi di colpa per il sacrificio imposto alla famiglia, la rinuncia agli affetti, all'amore.

La «grazia» segna la fine dei suoi «deliri di persecuzione», annulla la meticolosa preparazione del suicidio, ma non pone fine al senso di angoscia per quello che continuerà a vedere o a sentire attorno a lui.

«Romanzo di formazione (e deformazione), di una vita costretta, per conoscere e continuare, a ordinarsi come un repertorio»,185 questo libro miscela il reportage giornalistico al «giallo di pura fiction» e sembra anticipare il genere delle opere successive di Carlotto.


183 Roma, Edizioni e/o, 1994. Le citazioni, tratte dalla seconda edizione 1996, sono nel testo con la sigla IF Il libro è dedicato a Silvia Baraldini e i capitoli sono introdotti da versi tratti dall'opera teatrale Nessuno di L. Nattino e A. Catalano e dalle canzoni del Cantautore e compositore veneziano Stefano Maria Ricatti.

184 «Mi è capitato di tutto dal 20 gennaio 1976, quando mi presentai ai Carabinieri per testimoniare su un delitto, al 7aprile1993, giorno in cui il Presidente della Repubblica ha deciso di chiudere il caso con un provvedimento di grazia». Così scrive l'autore nell'Introduzione (in, 10). In appendice, una Nota editoriale ricostruisce le tappe della sua vicenda giudiziaria.

185 G. CAPITTA, Mandato di cattura, «Il manifesto», 22/2/1995.


 

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