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Il primo libro di Massimo Carlotto, Il fuggiasco,183
ricostruisce con uno stile pacato, terso, senza piagnistei o recriminazioni,
nessun moralismo d'accatto (un amarcord con passaggi di disincantata
ironia e di imprevedibile autoironia), una tranche de vie drammatica,
legata a uno dei casi giudiziari più intricati del secondo dopoguerra,
rimasto famoso, appunto, come "caso Carlotto".184
Queste note autobiografiche non riguardano comunque il processo,
ma raccontano come il sottoscritto abbia vissuto per alcuni anni
una sua diretta conseguenza - la latitanza - e il ruolo che ha ricoperto
negli ultimi mesi della vicenda giudiziaria. Le ho scritte senza
prendermi troppo sul serio come sempre ho fatto in questi anni.
E stata la mia difesa contro il sonno della ragione e la distrazione
della provvidenza. (IF, 10-11)
Le pagine raccontano la vita quotidiana e i comportamenti del
«fuggiasco» in un flash-back che prende l'avvio dalla fine della
sua latitanza, nel gennaio del 1985, quando viene arrestato in Messico.
«Venduto» ai Federales dal suo avvocato Melvin Cervera Sanchez,
dopo essere stato picchiato e torturato, egli viene espulso. Si
consegna alle autorità giudiziarie italiane per scontare il residuo
della pena e scopre che si erano scordate completamente di spiccare
un mandato di cattura nei suoi confronti.
Le avventure di questo «latitante per caso», fuggito dall'Italia
nel 1982 dopo la sentenza della Conte di Cassazione che lo condannava
a diciotto anni di reclusione per l'omicidio di Margherita Magello,
una studentessa di 25 anni, un delitto di cui si è sempre proclamato
innocente, iniziano con un biglietto di viaggio per Parigi acquistato
alla stazione ferroviaria di Padova.
Nella capitale francese, da sempre rifugio di esuli politici,
può contare sull'amicizia e il sostegno di un'ampia comunità di
esuli provenienti da disparati angoli della terra, greci, turchi,
curdi, cileni, argentini, iraniani, molti italiani, e sull'amore
di Alessandra, la ragazza che lo seguirà per lungo tempo, come una
specie di 'vedova bianca', condividendo le sue traversie fino a
scoppiare sotto il peso di un rapporto troppo gravoso e logorante.
Egli impara prima di tutto a travestirsi, a cambiare identità,
a scegliere il look adatto alle diverse situazioni, a evitare i
controlli di polizia, a non destare sospetti nei vicini: il libro
assomiglia, a tratti, a un prezioso manuale di istruzioni per latitanti
impacciati...
'aspetto recitativo è fondamentale per il latitante, come per un
attore sul palcoscenico. Quando quest'ultimo non vive bene la parte
e non sa essere disinvolto sulla scena provoca negli spettatori
un senso di fastidioso imbarazzo. Lo stesso vale per il latitante;
il personaggio deve essere vissuto con grande naturalezza, altrimenti
chi lo frequenta capisce che qualcosa non quadra. (IF, 42)
Lo osserviamo mentre si destreggia tra barbe finte, occhiali,
abiti, accenti, e si trasforma in Bernard, un personaggio copiato
dai film di Luis de Funès, prototipo dell'impiegato statale rassegnato
e socialmente innocuo; in Gustave, una variante intellettuale con
interessi artistici influenzata dai film sulla resistenza; in Alberto,
uno psichiatra; in José, uno spagnolo esperto di guerriglia urbana;
in Jason, un inglese esperto in computer. Sorridiamo, perfino, dinanzi
alle sue traduzioni "politiche" dei dialoghi dei fotoromanzi italiani
e agli interventi provvidenziali del «santo patrono dei latitanti
per caso»
Quando arriva in Messico, spinto da un entusiasmo ingenuo per
il paese che aveva «ospitato Trockij, Vidali e la Modotti»
(lE, 97), è già affetto da bulimia; la malattia, che si aggraverà
progressivamente, è figlia di un vecchio trauma subito nelle carceri
speciali di Cuneo nel 1977.
Si stabilisce a Città del Messico, chiassosa, esaltante, dove
tutto pare accadere nella più assoluta indifferenza, come se fosse
ai confini della realtà:
Questa demente megalopoli violentò a tal punto la mia coscienza
e la mia fantasia da rendermi succube della sua folle quotidianità.
Vivevo perennemente in uno stato di sbigottimento, tensione e paura.
(lE, 98)
La sinistra messicana, lacerata da una crisi atavica tra fazioni
contrapposte, lo accoglie con benevolenza: torna all'Università,
segue i corsi di storia sulla rivoluzione zapatista, diventa un
entusiasta studioso di tradizioni popolari. Conosce Vlady, un pittore
impegnato a valorizzare la tradizione culturale indigena della sua
terra; un bizzarro pastore con cui avvia un commercio di pecore
da macello e che gli offre disgustosi pranzi a base di armadillo;
Odile, una francese dolce ed energica, moglie di un sindacalista
messicano, distrutta dalla scomparsa di uno dei suoi figli, un maschietto
di quattro anni, probabile vittima di qualche racket; Kioko, una
ventenne giapponese che s'innamora di lui.
Molte sono le persone che hanno lasciato una traccia profonda
nella sua vita: un anarchico basco che si sente offeso dal film
di Pontecorvo sull'attentato al ministro franchista Carrero Blanco;
un dentista parigino che non lo denuncia; un tassista che io aiuta
a sfuggire a un posto di blocco e, ancora, Lolo, un musicista cileno,
malato terminale di cancro e fino all'ultimo indomito promotore
di uno dei Comitati Internazionali sorti in sua difesa; Xavier,
abbattuto in Honduras sull'uscio di casa; Tomàs, un cantautore guatemalteco
obeso come lui; Belinda, un'amica peruviana incontrata nel quartiere
di Pigalle e caduta combattendo tra i Tupac Amarù; Carmen, un 'infermiera
colpita da un mortaio in Salvador mentre cerca di mettere in salvo
due bambini, ma soprattutto Ramòn, il detenuto tedesco che in carcere
gli insegna che «la latitanza è come il blues: uno stato
dell'anima» (IF, 22).
Carlotto costruisce per ognuno di loro un breve medaglione che
racchiude la loro immagine e ce la restituisce con una levità venata
di sincera commozione che pare forzare il pudore di queste pagine.
Lettere sgualcite, passate per troppe tasche o voci distorte
dall'eco delle telefonate intercontinentali: una data, la causa
della morte. Ma sono i perché che a volte non capisco. Di quelle
scelte maturate in esilio, così terribili, così coraggiose e forse
così sbagliate. Ho il sospetto che spesso siano state dettate dal
destino di essere sopravvissuti, di aver raggiunto la salvezza percorrendo
strade lastricate di sangue, torture, galera, errori e tradimenti.
Tornare era forse l'unico modo per chiudere i conti con il passato.
Altro non so dire. (IF, 82)
La scelta dell'esilio include il tormento della nostalgia, il
desiderio di tornare in patria, i sensi di colpa per il sacrificio
imposto alla famiglia, la rinuncia agli affetti, all'amore.
La «grazia» segna la fine dei suoi «deliri di persecuzione»,
annulla la meticolosa preparazione del suicidio, ma non pone fine
al senso di angoscia per quello che continuerà a vedere o a sentire
attorno a lui.
«Romanzo di formazione (e deformazione), di una vita costretta,
per conoscere e continuare, a ordinarsi come un repertorio»,185
questo libro miscela il reportage giornalistico al «giallo di pura
fiction» e sembra anticipare il genere delle opere successive di
Carlotto.
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