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E' ormai evidente che il giallo, una delle forme simboliche più
rappresentative del nostro tempo nella letteratura di consumo ma
anche in quella colta, è stato soppiantato dal noir nei favori del
grande pubblico, anche se, come è ovvio, continuano ad essere pubblicati
gialli classici che godono di buon successo (in Italia ad esempio
quelli, epigonali, di Andrea Camilleri). Quali sono i motivi di
questo avvicendamento? Si tratta in effetti di strutture narrative
in gran parte sovrapponibili, essendo fondate sulla ricerca di una
verità plausibile, dopo che si è verificata un'effrazione palese
delle leggi umane. Ma è già nelle modalità di conduzione della trama
che si colgono le prime differenze: il giallo privilegia il "paradigma
indiziario", secondo la definizione che di questo procedimento ha
dato Carlo Ginzburg (in Miti, emblemi, spie, Einaudi, 1986); invece
il noir, che pure può impiegare a tratti questo paradigma, propone
continue sorprese e contraddizioni nell'intreccio, quasi che le
ipotesi investigative fossero smentite da una realtà proteiforme,
che si modifica proprio quando pare vicina una soluzione.
Si potrebbe allora parlare di un avvicinamento alla realtà non
censurata da parte degli scrittori di noir, e questo giustificherebbe
la forte presenza di tratti mimetici in questo genere, riconoscibili
nel linguaggio gergale e crudo, nelle ambientazioni che propongono
i bassifondi contemporanei (che possono per latro essere identificati
nei luoghi della malavita, ma anche in quelli occupati dagli uomini
di potere), e soprattutto nella violenza continua e addirittura
non necessaria. Ma non credo che sia il realismo l'aspetto più importante
del noir, perché è chiaro che una rappresentazione di questo tipo
può facilmente sfociare nel manierismo e nell'estetismo della violenza,
come è infatti successo in quel parente sconnesso e degenere che
è il pulp.
Ma no è tanto la mimesi del reale il carattere tipico del noir:
per i suoi esponenti peggiori questa mimesi è troppo complessa,
per i migliori è solo il punto di avvio. In questi ultimi la vera
spinta al noir è costituita dalla volontà di ricreare una forma
di possibile giustizia proprio là dove la giustizia umana non viene
più raggiunta nemmeno nel momento in cui il caso è risolto. Il noir
statunitense ci ha abituato, almeno sin dagli anni ottanta, a una
messa in discussione delle differenze tra bene e male, tra detective
e colpevole, fino a portare alla loro completa identificazione.
Il noir mediterraneo, e in specie quello italiano, produce implicazioni
diverse, che possono essere semplificate in Carlo Lucarelli, autore
interessato soprattutto al funzionamento della macchina narrativa
e all'esibizione degli aspetti psicotici dei suoi personaggi; e
in Massimo Carlotto, che usa il romanzo come sostituto della ricerca
giudiziaria, addirittura svolgendo indagini in proprio, sempre sulla
base degli atti processuali dei casi già passati in giudicato.
Secondo un noto saggio di Siegfried Kracauer (Il romanzo poliziesco,
1925; Editori Riuniti, 1984), il giallo rappresenta il trionfo della
razionalità astratta, che domina la realtà imponendo i suoi schemi
e cassando ogni aspetto che riguardi la "sfera della vita": il detective
sarebbe addirittura l'opposto di Dio, peraltro inserito "in un mondo
che ha tradito Dio e che quindi non è autentico, un mondo che governa
l'inessenziale e domina su funzioni prive di qualsiasi fattore portante".
La ratio e quella di Sherlock Holmes, che cancella ogni aspetto
contraddittorio per ricostruire una catena logica di cause ed effetti
da condurre, percorsa a ritroso, alla verità del delitto. Ma questa
posizione rigidamente razionalistica era stata già messa in crisi
nei gialli successivi a quelli esaminati da Kracauer, a cominciare
dagli hard-boiled, che proponevano investigatori ex-lege e che mettevano
il crimine al centro dell'opera.
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