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HERCULES (di Massimo Carlotto, tratto dal testo finale di <<Più di mille Giovedì>> )

Da "La Piazza delle Madri" di Renzo Sicco:

Lita Boitano sale sul palco e abbraccia Gisella piangendo, tutti piangono adesso in Plaza de Mayo e sono lacrime di liberazione che esondano il dolore.

"Alla fine dello spettacolo c'è un bellissimo racconto che ha scritto Massimo Carlotto mescolando come lui fa e sa fare le cose buffe e le cose dure dell'esistenza. Racconta i pensieri di un ragazzo mentre cade in volo dall'aereo nel Rio de la Plata. Prima di sentirle in questo spettacolo queste pagine le ho ricevute per leggerle perché avevamo deciso di pubblicarle in un catalogo di foto. Quando ho letto ho pianto come questa notte, tutta la notte, perché mai nessuno mi aveva raccontato il pensiero dei miei figli. Ho pianto spezzata. Qualcuno ha detto che era troppo crudo, troppo vero. Ci siamo riuniti familiares, madres, abuelas e abbiamo discusso sul nostro dolore e abbiamo capito quanto è stato violento e quanto gli altri, soprattutto chi quel dolore ha procurato, lo debba sapere, quando debba sentire tutta la devastazione e profondità di questo nostro dolore. Grazie amici italiani della vostra vera e forte solidarietà in ogni parte del mondo e in questa piazza, la piazza de las Madres".

 

HERCULES

Freddo.
Qualcuno mi sta strappando i vestiti.
Freddo. Nausea.
Qualcuno mi trascina.
Mani mi spingono verso il vuoto. Mi afferro al bavero di una divisa.
Non riesco ad aprire gli occhi.
Sono troppo debole e il militare si libera facilmente.

Mi lascerà in ricordo la zaffata del suo alito.

Carne e vino rosso. Il rancio degli eroi.

 

L'aria ghiacciata mi straccia i polmoni. Cado nel vuoto. Non riesco ad aprire gli occhi.
Non riesco a urlare.
Mi piacerebbe urlare.
Sto per morire e vorrei annunciarlo al mondo.

Invece divento un burattino dai movimenti scomposti. Non riesco a precipitare con dignità.

Tra qualche istante l'impatto.

Le ossa si frantumeranno all'istante e le schegge mi trafiggeranno il cuore.
La morte sarà istantanea.
L'acqua gonfierà il corpo.
I pesci lo aggrediranno a piccoli morsi.

Eccola qui la storia della mia ribellione.

Ho la bocca impastata e mi mangerei un gelato. In una coppa di vetro trasparente, tre palline: vaniglia, dulce de leche e cioccolato affogate in sciroppo d'amarena. Affondo il cucchiaino stando attento a non mescolare i gusti e lo porto alla bocca. Le labbra separano il dolce dal ferro.

Il gelato deve riposare un attimo sulla lingua e poi deve essere schiacciato sul palato. Lo sciroppo scivola nella gola e solo dopo arriva la vaniglia già ritornata latte e profumi.

L'ultimo desiderio. L'esercito argentino mi ha negato anche quello.

Non sono mai stato un prigioniero ma un pezzo di carne da friggere, una bocca per urlare e singhiozzare informazioni.

Le creme.
Mi sono piaciute sempre le creme.
Il gelato alla frutta, no. Mi sembra non sia gelato.

Tonfi terribili sotto di me. I corpi dei miei compagni si schiantano come automobili contro muri di cemento.
Non riesco ad aprire gli occhi ma sento gli spruzzi dell'acqua che si levano alti per poi ricadere su se stessi.

L'acqua dovrebbe accoglierti come una madre. Invece le leggi della fisica moltiplicano pesi per velocità e il risultato è l'orrore. Il gelato preferisco mangiarlo al cucchiaio.
Nel cono i gusti sono pressati uno sopra l'altro ed è necessario un sapiente gioco di lingua sui lati per gustarli senza che si sciolgano, facendo colare gocce collose sulle dita.

Cosa devo fare? Gridare? E cosa? Viva la patria obrera, oppure Adios.
Oppure frantumarmi in silenzio, uno dei tanti.

Come si fa a lasciare un segno della propria morte?

Riesco solo a scalciare nel vuoto. Come un impiccato.

La mattonella di gelato tra i biscotti mi ha lasciato sempre indifferente.

Sento l'odore del mare. E sopra di me l'aereo che aumenta la potenza dei motori allontanandosi velocemente.

Carne e vino rosso. Il rancio degli eroi.

Massimo Carlotto


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