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La piazza della Madri, di Renzo Sicco

Gli occhi chiusi in mezzo al cielo e tante immagini che scorrono nel cuore. Tonnellate d'acqua che schiantandosi nel vuoto si trasformano in una densa e dolce spuma di panna, ti viene voglia di addentarla di spingerci sopra la lingua, catturarne il gusto mentre un pulviscolo infinito di gocce spinto dal vento ti ricopre abiti e pelle. L'acqua immensa delle cascate di Iguazù riempie sguardo e pensieri.

Un po' è descrizione e metafora di questa nostra ulteriore settimana argentina. L'acqua è la sensazione dominante di questi giorni bagnati da ogni tipo di pioggia, devastante o sottile che fosse, ma comunque inarrestabile. Ha disegnato come in certe pagine di Garcia Marquez un senso del tempo interminabile nella sua immutabile e totale umidità. Un vivere più da pesci che da uomini. Un vivere costretti a cambiar pelle scegliendo scaglie e squame, indossando sgargianti colori.

Acqua violenta e torrenziale come la devastazione della storia, ma anche calma e vitale come l'emergere continuo della vita.

Acqua come argine, come barriera, come guado o varco, come il passaggio del lavoro in cui ci troviamo. Acqua come onda di emozioni che travalicano ogni possibile controllo del cuore e delle sue resistenze. E' notte mentre l'aereo s'innalza sopra Buenos Aires.

Un'altra notte in cui i nostri ragazzi troveranno un'occasione per riunirsi, per far tardi, per stare insieme a parlare sinché albeggia "perché in tutti noi la notte accompagna la paura".

"Quando portarono via mio padre lo strapparono dal letto. Avevo due anni e dormivo accanto a lui. In tutta la mia vita ho avuto sonni pieni di ansia. Ci vuole poca intuizione per capire i motivi delle mie notti inquiete. Un giorno ho chiesto agli altri - perché facciamo di tutto per arrivare insieme all'alba, abbiamo forse paura di trascorrere da soli la notte? Ho scoperto che non solo per me, ma per tutti è così".

A volte nella notte con la complicità di un luogo silenzioso di un tavolo, di un bicchiere, cercano un contatto con i loro genitori "all'inizio venivano, adesso ci rispondono sempre di no, dicendoci che altrimenti piangiamo troppo". Mi dice così con un sorriso tenero e prosegue "allora noi parliamo con altri che abitano con loro e che ci parlano di loro, di come stanno, di come e quando li potremo incontrare".

"La scorsa settimana ho detto a mia madre che per me mio padre non esiste, non è mai esistito, è un nulla, un'assenza totale. Ho strappato da un cassetto una sua agenda e ho iniziato a telefonare, cercando qualche amico o amica che avesse vissuto con lui disposto a parlarmi di lui, raccontarmi cose che siano base per la mia memoria. Domani a mezzogiorno incontrerò la sua migliore amica.. Quando l'ho chiamata e mi sono presentata è stata zitta per un po', poi mi ha detto di sì, che le andava bene di vedermi. Domani viene a pranzo a casa mia".

 

Nelle loro riunioni, nelle manifestazioni, nei momenti collettivi, questi ragazzi sono una valanga di energia, bruciano desideri e follia di vivere, sono un impeto e quando passano nel grande corteo che celebra i 25 anni dal Golpe, la gente ai lati della strada, dalle finestre, dai balconi, li applaude con un calore ed un affetto totale che non è riservato a nessun altro gruppo. Ma è quando la porta di casa si chiude, quando la vicenda ritorna al privato, che il fuoco si riaccende e brucia come il sale su ferite mai rimarginate.

E' duro essere figlio di desaparecido, lo è a 23, a 25, a 30 anni e oltre. Ogni volta che li incontri ti afferra forte il loro bisogno di affetto, il desiderio di un bacio, di un abbraccio, di una mano che li stringa, del tuo corpo che c'è contro l'assenza di un padre o una madre desiderati ogni ora del giorno e ancor più della notte.

Gisella recita al centro delle luci, racconta una storia che ognuno di loro conosce, dà corpo a quella storia con quelle parole e loro seduti a terra nelle prime file piangono. Piange e non riesce a calmarsi José, un enorme ragazzone, piange nervosa Paca, esile ragazza che danza ai ritmi delle murgas con un'energia straordinaria e adesso sembra un giunco ripiegato.

Dietro a loro sulle prime file di sedie c'è una madre col suo fazzoletto bianco, che è quelle parole; tiene la sua testa tra le mani e non alzerà mai il viso a guardare. Ascolta e vive immagini che solo lei conosce. Forse rincontra la figlia strappata in quel punto di confine che adesso unisce le loro due storie attraverso la voce di Gisella. Anche Nora, che è con le Madres sin dai tempi dell'inizio, ha gli occhi chiusi: venticinque anni per loro stasera sono solo un attimo. Augustina Paz, che nello spettacolo è solo una voce, stasera non c'è. Il dolore e la vecchiaia l'hanno spezzata e da poco è stata internata in un ospedale psichiatrico: è il segno che 25 anni non sono un attimo.

Quando in Plaza de Mayo Gisella addita il comandante della Marina Militare Alfredo Astiz, la sua accusa diventa imponente, il piccolo palco diventa imponente, il suo corpo diventa imponente come quello di queste donne umili, madri umili, donne di casa che hanno saputo conquistare una piazza che ieri più di centomila persone hanno riempito con fatica stringendosi attorno a loro, attorno al ricordo di trentamila desaparecidos.

Quando nella notte, sotto una pioggia battente nello stadio del Ferro, las Madres hanno fatto entrare un'enorme bandiera di oltre novanta metri ad attraversare in diagonale il campo sulle braccia alzate di tutti, ricoperta da migliaia di foto cucite sopra, quando una madre ha gridato: "trentamila desaparecidos", un'unica roboante voce ha bucato il cielo rispondendo "presente!" Un brivido ha percorso ogni corpo e non era l'acqua che da giorni ci bagnava, non era il vento che tra i fari componeva onde di pioggia, non è altro che una ferita dell'anima che accumula in una scossa della storia gioia e dolore.

Nel buio della sala cinematografica la stessa scossa è percepibile quando in "Historias cotidianas", un documentario che racconta il presente e il passato di sei figli di desaparecidos, sei storie quotidiane appunto, la foto del padre di Florencia appare sullo schermo.

Sua madre, una piccola donna resistente è seduta al mio fianco. Sento il suo corpo cadere di colpo come in uno di quei vuoti che precedono il sonno. Le afferro una mano e mi taglia il dolore di chi ad ogni ora della vita è costretto alla propria resurrezione. Tati Almeida sale sul palco di Plaza de Mayo e abbraccia Gisella, entrambe piangono. Tati con la voce spezzata, con il corpo teso come una fronda sotto il vento, dice "stanotte questa piazza, la nostra piazza, è ancora più nostra, ha sentito parole che tutte noi abbiamo vissuto ma che qui non abbiamo mai avuto il coraggio di dire. Qui abbiamo camminato in silenzio, abbiamo urlato parole d'ordine, di lotta, richieste politiche. Mai come questa notte, queste pietre, questi alberi, queste case, i palazzi, l'asfalto hanno sentito e saputo del nostro dolore privato". La pioggia bagna i volti, i vestiti, i corpi di migliaia di giovani.

La radio ha detto a tutti di chiudersi in casa: c'è un'emergenza meteorologica, un uragano in arrivo. Ma cos'è un uragano contro la devastazione di una storia che ha strappato padri ai figli. Pertiné Basilio, attuale sottosegretario del governo argentino e cognato del Presidente De la Rua, secondo il militare pentito Adolfo Scilingo, guidava gli aerei della morte. In questo disastro ambientale migliaia di giovani in strada sotto il diluvio, davanti a cordoni di polizia gridano "assassino", lo scrivono con pennelli e bombolette sull'asfalto antistante la casa di Basilio Pertiné.

Lita Boitano sale sul palco e abbraccia Gisella piangendo, tutti piangono adesso in Plaza de Mayo e sono lacrime di liberazione che esondano il dolore.

"Alla fine dello spettacolo c'è un bellissimo racconto che ha scritto Massimo Carlotto mescolando come lui fa e sa fare le cose buffe e le cose dure dell'esistenza. Racconta i pensieri di un ragazzo mentre cade in volo dall'aereo nel Rio de la Plata. Prima di sentirle in questo spettacolo queste pagine le ho ricevute per leggerle perché avevamo deciso di pubblicarle in un catalogo di foto. Quando ho letto ho pianto come questa notte, tutta la notte, perché mai nessuno mi aveva raccontato il pensiero dei miei figli. Ho pianto spezzata. Qualcuno ha detto che era troppo crudo, troppo vero. Ci siamo riuniti familiares, madres, abuelas e abbiamo discusso sul nostro dolore e abbiamo capito quanto è stato violento e quanto gli altri, soprattutto chi quel dolore ha procurato, lo debba sapere, quando debba sentire tutta la devastazione e profondità di questo nostro dolore. Grazie amici italiani della vostra vera e forte solidarietà in ogni parte del mondo e in questa piazza, la piazza de las Madres".

Renzo Sicco


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