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La doppia anima di Gabriel.
di Alberto Melis (apparso su L'Unione Sarda del 30 Giugno 2001)


Abituati come siamo a leggere i dettagliati resoconti degli stermini di massa che hanno striato di sangue il secolo breve e feroce che si è appena concluso, capita ormai raramente che qualcosa riesca a stupirci. Come se l'indignazione e il moto di ribellione attonito verso gli orrori dell'uomo sull'uomo, siano anch'essi divenuti sensibili ai rintocchi del tempo. Almeno sino a quando all'improvviso non giunge alla nostra attenzione un nuovo romanzo, nella fattispecie un artificio di poche pagine dedicate agli adolescenti e ai "giovani adulti", capace di riaccorciare il tempo e di annullare ogni distanza.


Il giorno in cui Gabriel scoprì di chiamarsi Miguel Angel (E.Elle ed., pp. 58, lire 8.000), ultima fatica di Massimo Carlotto, è, come ogni sua pagina dedicata in passato all'Argentina della dittatura di Jorge Videla, ferocemente aggrappata a una vicenda reale. Quella dei bambini che vennero strappati alle giovani donne torturate e uccise dai militari, e poi allevati non di rado, come sangue del proprio sangue, dagli stessi carnefici.

Gabriel Matias, il figlio adolescente del tenente di vascello Carlos Rolòn, scopre che le Abuelas de Plaza de Mayo (le nonne dei bambini desaparecidos) hanno pubblicato la foto di suo padre sul proprio sito internet, tra quelle dei torturatori e dei "ladrones" di bambini. Con l'eroica irresponsabilità dei suoi anni si precipita inferocito nella sede delle "vecchie pazze", per difendere quello che crede il suo vero padre, e finisce invece con l'andare a cozzare con la sua storia vera. Con il suo vero nome, che è Miguel Angel, con i nomi dei suoi veri genitori, uccisi dal passato regime, e soprattutto con una nonna in carne ed ossa, abuela Matilde. La quale, armata di un coraggio di pietra, vigila su ogni nuova scoperta di fosse comuni, nella speranza di potere prima o poi dare sepoltura al cadavere di sua figlia, la vera madre di Miguel.

Massimo Carlotto, che sul versante della narrativa adulta ha già raccontato le stigmate di queste donne che ogni giovedì, ormai da più di mille giovedì, sfilano silenziose in Plaza de Mayo (in Le irregolari, Edizioni e/o), ricostruisce questa volta il punto di vista di un ragazzo "rubato". Con uno stile narrativo rigoroso e parco, che non deroga di una virgola dall'esposizione dei fatti, ma che pure evita i particolari più raccapriccianti. Di tutto ciò che noi oggi sappiamo sulla pratica della tortura inflitta anche alle gestanti, così come della distruzione di ogni traccia del parto (i militari argentini martoriavano i cadaveri con pistolettate al ventre), niente o quasi compare in queste pagine. Ciò che invece addirittura straborda, quanto più raccontato sottovoce, è il dibattersi del giovane protagonista in un tunnel del quale non si vede l'uscita.

Gabriel, ormai Miguel, sottoposto a quello che inizialmente venne chiamato Indice di nonnità (il metodo del Dna la cui scoperta molto deve all'appello che l'abuela Estela Carlotto rivolse agli scienziati di mezzo mondo), ci appare da subito come un ragazzino imbattutosi in qualcosa di troppo grande per lui. E al quale le vicende della vita imporrebbero spietatamente l'elaborazione di un doppio lutto. Quello per la morte ideale e morale dei suoi genitori adottivi, quello per l'assassinio dei suoi genitori naturali. Un compito quasi impossibile, in una fase delicata come l'adolescenza, i cui contorcimenti psicologici Carlotto affida interamente alla valenza semantica delle parole.

Perché per Miguel la parola "noi", anche a verità messa a nudo, sottintende pur sempre la famiglia d'adozione. E perché le parole "padre" e "madre" (quei genitori premurosi che "per colpa sua" sono costretti a fuggire dall'Argentina), sottintendono l'universo di pulsioni affettive sulle quali poggiano il senso più intimo della propria esistenza e la percezione stessa della propria identità.

Quando Miguel parlerà per la prima volta con la sua abuela Matilde. "Perché non ritira la sua denuncia, signora?", la implorerà affinché suo "padre" e sua "madre" possano tornare al più presto a casa. Quando le starà vicino durante la riesumazione di un centinaio di cadaveri, subirà in silenzio l'ambivalenza dei propri sentimenti. In questo alternarsi di ombre fonde e bagliori allucinanti, Miguel farà poi amicizia con altri ragazzi "ritrovati" dalle abuelas. Osserverà sgomento la serenità ritrovata alla fine del loro percorso (grazie al sostegno dell'equipe psicologica che li segue). Tenterà di raggiungere i suoi genitori adottivi in Paraguay, rinuncerà al suo scopo, ma nello stesso momento non si rassegnerà all'idea della loro perdita, pur essendosi ormai convinto della loro bestiale colpevolezza.

Se Massimo Carlotto chiude il romanzo senza indorarci in alcun modo la pillola, ciò che ancora dà da riflettere in queste pagine sono il ruolo e le movenze psicologiche del padre-carnefice del ragazzo, che difende il suo passato spiegandogli che i suoi veri genitori erano dei "sovversivi". In tutti i grandi stermini di massa del '900, mai era capitato che i carnefici facessero dei figli delle proprie vittime, spesso torturate personalmente, i propri figli. Né bastano per comprendere quale baratro morale e psicologico abbia provocato un simile fenomeno, le peculiarità di uno sterminio che ebbe come obiettivo, nell'assordante silenzio che coinvolse scientemente anche le alte gerarchie cattoliche, quello di eliminare un'intera generazione, ritenuta genericamente troppo "progressista".

Mentre in Europa si piangeva il Cile di Allende, e mentre il blocco dell'internazionalismo comunista veniva messo più o meno a tacere dalle generose provvigioni argentine di grano e carne offerte all'Urss (dopo l'embargo americano provocato dall'invasione dell'Afghanistan), cinquemila bambini sotto i dieci anni (gli altri vennero eliminati insieme ai loro genitori), furono rapiti e dati in adozione ad altre famiglie. Solo cento di essi sono stati sinora ritrovati. Cento Gabriel che hanno scoperto da un giorno all'altro di chiamarsi Miguel Angel e di essere soprattutto figli di un feroce destino.

di Alberto Melis

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