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"Quella sera ero triste e preoccupato per il mio migliore amico
che stava rischiando la vita o la galera. La colonna sonora dei
miei Blues iniziò con "no Shoes" di John Lee Hooker, poi continuò
con "My Country Sugar Mama" di Howlin' Wolf, "Bad Influence"e "Got
To Make A Comeback" di Robert Cray e "No Hard Feelings" di Lowell
Fulsom. Poi non fui più in grado di acmbiare il nastro del Walkman."
"Ricevetti, in sogno, la visita di Robert Johnson, avvelenato
a ventisei anni da un marito geloso, in quel di Greenwood, Mississipi,
nell'agosto 1938. Alto e magro, con mani lunghissime che agitava
continuamente, prese a camminare su e giù per la stanza, canticchiando
"Crossroads Blues". Alla fine mi vide e mi insultò: 'sei proprio
un bianco, Alligatore'. Poi se ne andò".
E' questo un passo dell'ultimo, inquietante, noir di Massimo Carlotto,
"Il Mistero di Mangiabarche".
Incentrato su un depistaggio e ambientato tra Sardegna e Corsica,
ha per protagonista Marco Buratti, alias l'Alligatore, detective
non autorizzato, senza licenza, appassionato (addirittura ammalato)
di blues.
"E' un tipo che, dopo aver scontato sette anni per un errore giudiziario,
ha capito la differenza tra verità processuale e verità assoluta,
e si dedica all'investigazione ossessionato dalla ricerca della
verità", ci racconta l'autore, alludendo ai numerosi spunti autobiografici,
e alle varie superfici di contatto con il suo personaggio; i più
evidenti sono il debole per il blues e per il Calvados,
di cui l'Alligatore è un bevitore perso ("ma io lo reggo meglio",
dice Massimo).
"L'Alligatore è un ex musicista. Nel volume precedente, 'La
verità dell'Alligatore', ricorda di quando suonava zydeco con
un gruppo denominato Old Red Alligators'. Poi va a finire in carcere,
è assolutamente innocente ma sconta sette anni per partecipazione
a banda armata.Quando torna fuori la voglia di suonare gli è passata,
non però quella di ascoltare. Dallo zydeco si è spostato al blues,
di cui apprezza vari stili. Ascolta tutto il blues che riesce a
trovare, lo immagazzina, lo usa per dar ritmo alla sua vita, per
capire, per ricercare la verità. Quando deve risolvere un caso,
il blues è fondamentale. Ed è una mania del tutto personale e individuale,
capita infatti che i suoi compagni di avventura lo deridono quando
si isola nell'ascolto dei suoni che lo affascinano".
Tra le pagine affiorano i nomi e i suoni di Albert King e di ChucK
Berry, di Dinah Washington e di Louisiana Red, di Peggy Scott e
di Roosevelt Sykes, ma soprattutto la funzione del blues come chiave
per intendere e raggiungere la verità.
"Tutti i miei gialli nascono rielaborando delle storie vere. Faccio
un lungo lavoro di investigazione, intervisto i personaggi reali
di una serie di vicende irrisolte, e poi li trascrivo in romanzo,
lasciando all'Alligatore la ricerca della soluzione. Io propongo
sempre due scelte al lettore, di accostarsi alla storia come fiction,
ma anche, se ha voglia di leggere tra le righe, di trovare spunti
e possibili soluzioni di casi reali di cronaca".
Carlotto è "in assoluto il cittadino italiano più processato nella
storia del nostro diritto, della nostra giustizia. Accusato di un
delitto di cui fui il testimone indiretto nel 1976, da allora ho
subito 11 processi, ho avuto 86 giudici, 50 periti, è intervenuta
la corte di Costituzionale. E' una storiaccia che deve ancora finire,
nel senso che siamo ancora in attesa di un pronunciamento della
Corte di Strasburgo. E qualcuno ogni tanto mi incontra e mi chiede
'scusi ma lei è il caso Carlotto?' Ma per certi versi per me è già
tutto dietro alle spalle, ora sono un uomo libero e mi dedico alla
scrittura. Cinque anni della mia vita li ho vissuti da latitante,
e su questa mia esperienza ho scritto il mio primo libro 'il Fuggiasco'.
Autobiografico, certo, ma non piagnucoloso, e la sua autoironia
è stata gradita dal pubblico. Tra l'altro, quando dopo cinque anni
di vita da fuggiasco presi la decisione di rientrare in Italia e
costituirmi per la revisione del processo, mi accorsi che tutte
le mie fughe da una parte all'altra del mondo, tutti i miei travestimenti
erano state delle inutili precauzioni. All'aeroporto, al ritorno,
nessuno mi cercava. Ho dovuto insistere per farmi arrestare. Probabilmente
il 'caso Carlotto' stava giungendo
ad un cul de sac, e il mio mandato di cattura era finito in un cassetto".
L'accostarsi dell'autore al Blues avviene in maniera del tutto
particolare:
"Ero in galera", ricorda. "Un giorno arrivò Cooper Terry a tenere
un concerto per i detenuti. Quella volta nacque una sincera amicizia
tra di noi, ma soprattutto il mio amore per il blues. Fino a quel
momento ero sempre stato un pessimo ascoltatore di musica. Ma il
blues mi è entrato dentro e non è più uscito. DA allora ha scandito
il ritmo della mia vita ed il ritmo della mia scrittura".
Una genesi di tutto rispetto per una passione personale, ma come
coniugarla con l'attività letteraria? Come inserire l'estetica del
blues nella narrazione senza farla pesare al lettore come una forzatura?
"Le mie storie, anche se italianissime, risentono inevitabilmente
degli schemi della letteratura hard boiled americana. La colonna
sonora dell'hard boiled è di solito il jazz. Ma io ho preferito
introdurre il blues. Secondo me si attaglia meglio alla forma dell'io
narrante, che il bluesman condivide col detective che lavora sul
caso, evoca storie di intuizioni e arretramenti, di successi e di
sconfitte, e un comune senso di amarezza e di ironia.
Nato a Padova nel 1956, Massimo Carlotto abita da tre anni a Cagliari.
E' naturalmente soddisfatto della sua attuale residenza ma c'è un
particolare che lo rode (ne soffre anche Buratti nel 'Mistero
di Mangiabarche'): "l'isolamento della Sardegna dal circuito
dei concerti Blues. Se si esclude un unico festival a scadenza annuale,
'Rocce Rosse', il blues è pressoché inesistente. C'è il rischio
che i sardi dimentichino il blues, e non si può assolutamente permettere
che accada.
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