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di Tiberio Crivellaro (apparso su La Sicilia del 01 Aprile 2001) |
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Ma un altro alligatore, «sparato» e a pancia in su, destinato alla putrefazione, è l'immagine perfetta che apre Arrivederci amore, ciao l'ultimo romanzo noir di Massimo Carlotto. L'immagine del rettile, fra i più impassibili predatori che scivolano alla ricerca della preda, è fortemente significativa per l'ossatura, il corpo e l'anima di questo libro. Cinismo, sopravvivenza e vendicativa pulsione ritornano forse come rimozione di una esperienza personale di Massimo? Nel romanzo, per certi aspetti il più crudo fra quelli scritti dall'autore, anche se criminalmente diverso, ascolto il grido di uno scrittore profondamente provato da esperienze terribili. Massimo Carlotto è stato nella seconda metà degli anni Settanta, condannato ingiustamente a 18 anni di carcere per un delitto non commesso tanto che nacque il «Comitato internazionale Giustizia per Massimo Carlotto» con sedi a Padova, Roma, Parigi e Londra, che organizzarono una campagna di informazione e una raccolta di firme per revisione del processo. Ne furono raccolte decine di migliaia. Il primo firmatario in Italia fu Norberto Bobbio, mentre a livello internazionale lo scrittore Jorge Amado, assieme ad altre decine di importanti intellettuali, lanciò dalle pagine di Le Monde, un forte appello per la sua scarcerazione. In carcere stava morendo, ma cominciando a scrivere si è così salvato; la scrittura lo ha aiutato a resistere, a uscire e a riprendere a vivere nella massima dignità. Lo dico perché, attraverso questa esperienza, Carlotto è arrivato a inventare in Italia un genere unico di giallo-noir ricavato da una sorta di criminalità sconosciuta dai più, se non nei ricordi editoriali della miniserie del «Bargello» in Diavoli e capitani edito da Camunia/Giunti nel 1997 del bravissimo ma quasi dimenticato Nino Majellaro (avventure poliziesche ambientate nella Milano secentesca). Si tratta di una criminalità ben nascosta nelle pieghe di una realtà che l'oblio del consumo non evidenzia con decisione. Persino negli ambienti socialpolitici più in vista accade di tutto, ben miscelato dalle sirene della pubblicità e dell'avere tutto e subito. Il senso del romanzo è forse che razzolando quotidianamente nel nostro piccolo tornaconto non sappiamo essere la carne preferita di un'altra ben più grande mensa: quella dei Cavalieri non certo seduti a una tavola rotonda. Massimo, oltre a darci il piacere di un lettura scorrevole ma mozzafiato,
indica in qualche modo le insidie della cosiddetta «civiltà del Nord-est»
e non solo quella. di Tiberio Crivellaro |
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