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di BENEDETTO VECCHI (apparso sul Manifesto del 29 Marzo 2001) |
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Se qualcuno si aspettava una nuova avventura del detective privato Alligatore e della sua banda, dovrà aspettare un po' di tempo, perché Massimo Carlotto ha preferito raccontare un'altra storia, quella di un fuoriuscito che ha deciso di ritornare in Italia per cancellare il suo passato, e che per questo è disposto a passare sopra il cadavere del suo migliore amico. Il titolo è volutamente enigmatico - Arrivederci amore, ciao (edizioni e/o, pp. 214, L. . 26.000). Il libro sarà presentato oggi a Roma nel centro sociale Corto Circuito (Via Filippo Serafini, ore 19.00) -, ma nel romanzo non c'è spazio per l'amore, né per la tenerezza. Abbonda, semmai, il cinismo, il sangue versato, l'ipocrisia, la violenza che non è mai gratuita, ma sempre finalizzata alla riuscita di un business. E' forse il romanzo più duro di Carlotto, anche se c'è un filo di continuità tra questo e i romanzi dell'Alligatore (diverso è il caso di Irregolari. Buenos Aires Horror Tour, dedicato ai desaparesidos argentini e italo-argentini). Lo scenario è sempre l'Italia, scegliendo come osservatorio privilegiato il nord-est, diventato nell'arco di vent'anni un case study per le trasformazioni produttive e sociali del capitalismo maturo (la "terza Italia" è alacremente studiata negli Stati uniti e in Inghilterra come modello produttivo sostitutivo della grande fabbrica). Ma per Carlotto, quello è il volto presentabile in società. Poi c'è il lato oscuro, accuratamente celato dietro la soluzione senza continuità della serie villette fortificate come bunker, capannone industriale, piccola città, unite da strade ingombre di tir e auto di grossa cilindrata. Anche la grande ricchezza volgarmente ostentata con pellicce, gioielli e calzature da un milione al paio cela accuratamente lo schiavismo con cui sono trattati i migranti o la disperazione accumulata dopo aver passato dieci, undici ore al giorno per sette giorni la settimana nei piccoli o grandi capannoni a fabbricare scarpe, maglioni, jeans, elettronica di precisione, occhiali da sole o moto che vincono campionati del mondo. Perché quella ricchezza è da guardare all'interno di un "circolo virtuoso" tra "normale" produzione della ricchezza e traffico di eroina, di armi e di corpi umani. Nel senso che spesso si accumulano richezze con i furti, per poi investirli in una rispettabile fabbrichetta o in una amena attività commerciale. Una caso quasi da manuale di accumulazione originaria, scriverebbero vecchi con la barba alle prese con il plusvalore relativo e quello assoluto o minuti uomini francesi con la passione della lunga durata. In altri termini, ma con Carlotto è ormai quasi una banalità sottolinearlo, la scelta del noir è un artificio per mantenere alto il tasso di passione civile e di denuncia delle piccole o grandi malefatte della società capitalistica. Non vuol essere quindi un sostituto del pensiero critico, semmai lo vuole affiancare, sottolineando questo o quell'aspetto della realtà. Già, perché il noir è, in questi anni di resistenza, il vademecum per ogni militante che si rispetti. Esemplifica ciò che la "teoria" difficilmente riesce a rendere semplice; svolge inchieste quando è difficile andare in un quartiere o in una fabbrica o in una città e cominciare a "narrarla", intendendo con questo la descrizione dei rapporti sociali a partire dalla condizione di chi ne è prigioniero. Insomma, il noir è, in Francia come in Italia, romanzo verista di denuncia. Ma ritorniamo a questo romanzo. L'uccisione dell'amico è solo il primo passo nella discesa agli inferi del nostro fuoriuscito. Dopo è peggio. Vende alla polizia i suoi vecchi compagni, diventa un informatore della polizia, si diletta a picchiare e stuprare le donne che incontra sulla sua strada, consegna dei militanti baschi a dei novelli miliziani ustascia, che si divertono a torurarli e violentarli. Organizza rapine con la complicità di un "eroe della lotta al terrorismo". Si rifugia in un piccolo paesino del nord-est e si mette in affari con uno "stimato" professionista che sceglie la carriera politica per continuare i suoi traffici con la copertura della legalità della seconda repubblica. E che dire di quando brinda alla condanna di Adriano Sofri in compagnia di chi "lotta contro i rossi della magistratura" perché si immischiano in cose che non li riguardano, come il riciclaggio del denaro sporco del traffico di eroina o di armi? Poco o niente, anche se le pagine che Carlotto dedica alla cosidetta transizione italiana sono forse tra le più esemplificative di cosa è stato davvero il passaggio dalla prima alla seconda repubblica. Il protagonista di Arrivederci amore, ciao diventa cioè quello che i carcerati chiamano "un infame". Ma perché questo voltafaccia così radicale? Trovare una risposta convincente aiuterebbe a capire perché tanti, dopo aver tentato l'assalto al cielo ed essere caduti in terra, hanno abbracciato le forme di vita e il punto di vista di chi combattevano. Massimo Carlotto non fornisce, giustamente, una risposta. Ma nel romanzo ci sono pagine e pagine dedicate a un desiderio di normalità del protagonista, pieno di rancore per le "sciocchezze" fatte in gioventù. La sua scelta è di azzerare il passato, inventandosi un presente da
persona rispettabile con tanto di mogliettina "riposo del guerriero" e
lauto conto in banca. Ma la normalità ha i suoi prezzi da pagare - vita
un po' scialba, poca adrenalina, passioni grigie come il cielo sopra Porto
Marghera -, ma per quelli basta attraversare la linea d'ombra tra legalità
e illegalità, magari in un parcheggio di un grande supermercato e "divertirsi"
con quei frammenti di umanità che lo popolano la sera. La cosa più sorprendente del romanzo è che il protagonista pensa che questa sia la strada per la maturità. Non si accorge che quel desiderio di rispettabilità lo fa diventare come quelli che lo hanno costretto a intraprendere questa disperante discesa negli inferi della normalità. BENEDETTO VECCHI |
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