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Pulp n° 32 (Luglio - Agosto 2001)
Articolo di Claudia Bonadonna
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Dei suoi romanzi ama dire che non danno mai buone notizie. Troppo espliciti, diciamo noi, troppo impietosi nel raccontare un'Italia che le cronache televisive ci lasciano appena avvertire. Massimo Carlotto usa i suoi gialli come inchieste. Giornalistiche, naturalmente. Per quelle giudiziarie nutre un giusto scetticismo dopo la surreale e tragica vicenda processuale che lo ha visto protagonista nella sua vita precedente (quella vita da anni settanta in cui non era ancora uno scrittore di successo ma un giovane militante accusato di omicidio). Sarà per questo che il suo alter ego detective, Marco buratti detto l'Alligatore, la verità la cerca sempre nelle strade, fuori dalle cronache e dai tribunali. Sarà per questo che sempre più lettori si sono affezionati al suo incedere implacabile e malinconico, al suo ritmo blues. E anche se l'ultimo romanzo, Arrivederci amore, ciao ( lo recensivamo un paio di numeri fa) , lo mette da parte per allestire l'epopea malvagia del criminale Giorgio Pellegrini, i modi e i moti del suo autore sono sempre gli stessi: analisi rigorosa, pessimismo della ragione e un po' di sana indignazione morale.

Dunque ti sei preso una vacanza da Marco Buratti. Era forse la necessità di sganciarsi dai vincoli di un personaggio noto per affrontare in tutta libertà una storia a più ampio spettro sociologico?

Da tempo avevo voglia di scrivere un noir sulla nuova figura del malavitoso professionista. In particolare quella espressa dalla globalizzazione dell'economia, che ha innescato una rivoluzione epocale nell'universo criminale. Inserire questa figura all'interno di un romanzo della serie dell'Alligatore avrebbe significato porla in secondo piano, con il limite di non riuscire a scavare a fondo nella dimensione umana e psicologica. Ho preferito scrivere in prima persona per esprimere al meglio il punto di vista malavitoso. E il mondo di sconfitti che lo circonda. Soprattutto quello femminile, totalmente perdente e sottomesso a questa nuova leva di "professionisti" che non rispetta le regole e ragiona in termini "imprenditoriali", senza un briciolo di umanità.

Se l'Alligatore è il classico eroe noir, uno che pur vivendo ai confini della legalità rimane comunque al servizio di un superiore ideale etico, il tuo nuovo protagonista, Giorgio Pellegrini, è il cattivo assoluto, il perfetto amorale, una sorta di compendio delle tipologie del male. Un pessimo che però alla fine vince: perché questa scelta.impopolare?

Giorgio Pellegrini è la somma di tre personaggi che osservo da anni, nel senso che ho seguito le loro storie processuali, carcerarie il loro inserimento nella società attraverso il crimine. Cattivi assoluti, caratterizzati da un'impressionante anestesia morale e affettiva. In loro ho ravvisato una continuità con molti altri malavitosi che ho auto modo di conoscere in giro per il mondo. Mi ha sempre colpito la totalità della scelta criminale, nel senso che non si manifesta solo nella preparazione e nell'esecuzione di un reato ma in ogni singolo aspetto della vita. Dimensioni esistenziali difficili da comprendere per chi non è entrato in contatto con questo mondo. Per questo ho voluto scrivere una storia dove il cattivo vince e anche perché è ira di convincersi che il crimine paga. E bene. Secondo le Nazioni Unite il reddito annuale delle organizzazioni criminali transnazionali è di diecimila miliardi di dollari. Una cifra impressionante, guarda caso identica alla somma dei PIL dei paesi in via di sviluppo. Nel mondo della malavita non si vince se non si è assolutamente cattivi. E l'unico modo per sopravvivere e per non finire in galera.

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