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di Ivaz |
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Certo: il lettore aveva sempre sospettato l'esistenza di quel male, ovviamente
nei brevi pensieri ad intermittenza tra una interruzione pubblicitaria
e l'altra. Ogni giorno più convinti che basti in fondo stringersi un po' di più
alla borsetta, non fare quelle strade malfamate la notte, non guardare
più in faccia il prossimo, per non entrare mai in contatto con il male,
per non finire noi sulle pagine dei giornali. Nel frattempo gli spazi lasciati liberi nel mondo reale vengono occupati, usurpati, dai Giorgio Pellegrini di turno, e dalle cosche economico-politiche che ne giustificano l'esistenza, che ne proteggono il passato, che ne assicurano il futuro. Carlotto, tra i pochi, guarda ancora in faccia il prossimo suo, e non lo fa per amarlo biblicamente, incondizionatamente, ma per chiedersi umanamente chi è, da dove viene e cosa ha fatto. Con quale diritto? Quello di chi ha pagato anche per altri, per i mille
Pellegrini che si sono salvati, il diritto di chi non ha mai rinnegato
i sogni anche quando storpiati in incubi, dolorosi ma necessari, portati
avanti oggi con la stessa determinazione di allora. Il diritto di credere
in qualcosa oltre al denaro. E tanto più prezioso è questo romanzo, quanto capace di chiamare ad un ruolo attivo i lettore, sollevando interrogativi esistenziali, ancora una volta individuali e collettivi: se Giorgio Pellegrini è il male, chi è il bene? Io da che parte sto? Al suo posto avrei fatto anch'io così? Perché ho tifato per lui? A cui mi permetto di aggiungere un mio personale interrogativo: quand'è stata l'ultima volta che la televisione mi ha stimolato domande di questo tipo? Laddove la scatola magica-Tv (estrema conseguenza di quel telo bianco dei Lumiére) fallisce (o perfettamente riesce, a seconda degli intenti) distaccando ormai irrimediabilmente l'immaginario della gente dalla realtà, pone rimedio invece l'immobilità di un libro. Di questo libro. Immobilità che non è della storia, la quale corre fin troppo veloce e dinamica, non è nei personaggi, che anzi si susseguono senza sosta, quasi accavallandosi nella memoria del lettore, non è neanche nei paesaggi, chiamati per nome, ma appiattiti dentro ad un nordest sempre più omogeneo e indistinto, da poter essere indifferentemente Padova, Trieste, Venezia o qualunque altra città. L'immobilità non è del lettore, che sente ad ogni momento la tentazione di alzarsi e fuggire, terrorizzato, come davanti al treno, e non è dello scrittore, la cui personale ombra guida costantemente i passi del lettore, indirizzandolo e sorprendendolo fino all'ultima riga con astuzia e mestiere. Immobile è soltanto questa nuova immagine del male che Carlotto ha saputo dare e che ci resterà dentro, profonda, anche mentre scappiamo. Andrea Melis |
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