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Ritratto del male assoluto.
di Ivaz



Veloce, fino ad appiattire tutto intorno a se. Una corsa insensibile, che trascina a destinazione senza alcuna possibilità di opporsi, scendere o rinunciare.
Arrivi perfino a tifare per la parte sbagliata, e a sospirare, incredibilmente, su quella bellissima ultima riga: tutto è finito bene.
Per il male, però. Problema non da poco.

Affonda dunque, come un coltello al cuore di burro del singolo lettore, ma contemporaneamente apre ferite che squarciano tutta la società che finge, come ogni branco che si rispetti, di avere il cuore duro.
Individuale e collettiva, questi i doppi binari su cui agisce, ancora una volta, la letteratura di Massimo Carlotto.

Salire su questo nuovo ottovolante letterario comporta rischi ed emozioni forti, almeno come per quei primi temerari che andarono a sedersi, scettici e beffardi, davanti al telo bianco dei fratelli Lumiére.
Che temere allora da un telo bianco?
Che temere oggi da quel volto sorridente su una copertina dolce, al limite di un romanzetto Harmony?

Cento anni fa è stata una locomotiva in movimento a far gridare di paura il pubblico, a farlo scappare dalle seggiole. Perché?
Nessuno si era mai trovato davanti un treno, lo avevano visto sfilare in pochi e soltanto da lontano, e mai avrebbero pensato di doverlo fissare dritto negli occhi. Sin dalla sua nascita, l'immagine animata aveva mischiato la realtà alla finzione, sconvolgendo le coscienze della gente.
Ebbene, anche Carlotto si muove all'interno di una nuova alba, che non è certamente la nascita del cinema, ma è quella di un nuovo genere che ormai vanta le prime tradizioni consolidate, e alcuni indiscutibili successi: il Noir mediterraneo.

Anche il Noir mediterraneo porta di fronte alla gente comune ciò che non tutti, altrimenti, avrebbero potuto conoscere, sapere, toccare con mano, e anche lui lo fa mischiando la realtà alla finzione.
Anche il Noir mediterraneo fa fuggire la gente dalle seggiole, o quanto meno costringe i loro cervelli a sollevarsi, almeno per qualche ora, un po' più su delle loro poltrone, su cui immancabilmente stanno attaccate chiappe e speranze, in un tutt'uno con la televisione.

Ma soprattutto, anche Carlotto, con la sua scrittura magnetica, racconta una storia che fila dritta come un treno.

Uscire ora da questa prolungata metafora servirà proprio ad apprezzare la differenza fondamentale che divide la locomotiva dei fratelli Lumiere dal romanzo "Arrivederci amore, ciao". E cioè quell'identico effetto sorpresa ottenuto però con strumenti diametralmente opposti.

Se lì era il movimento la vera novità, capace di proiettare su un telo bianco le paure, portando l'illusione terribile ma seducente della realtà, nelle pagina bianche e nella scrittura nerissima di Carlotto è invece l'immobilità con cui ha bloccato il male, inchiodandolo, a sorprendere.

Lo scrittore ne ha arrestato la corsa per ritrarlo immobile davanti agli occhi del lettore, chiuso dentro una cornice per la quale non esiste un'uscita di sicurezza, un'alternativa: nessun telecomando.

O meglio: l'unico telecomando di questo libro è nella coscienza del lettore, che in questo caso è rapita dalla storia, e affonda, trascinata a destinazione senza alcuna possibilità di opporsi, scendere o rinunciare.

E' questo fermo immagine da cui non si riesce a distogliere lo sguardo la vera novità, il ritorno alla realtà, per nulla seducente, che ci strappa per un attimo da...(continua a pagina 2)

 

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