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di Ivaz |
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Affonda dunque, come un coltello al cuore di burro del singolo lettore,
ma contemporaneamente apre ferite che squarciano tutta la società che
finge, come ogni branco che si rispetti, di avere il cuore duro. Salire su questo nuovo ottovolante letterario comporta rischi ed emozioni
forti, almeno come per quei primi temerari che andarono a sedersi, scettici
e beffardi, davanti al telo bianco dei fratelli Lumiére. Cento anni fa è stata una locomotiva in movimento a far gridare di paura
il pubblico, a farlo scappare dalle seggiole. Perché? Anche il Noir mediterraneo porta di fronte alla gente comune ciò che
non tutti, altrimenti, avrebbero potuto conoscere, sapere, toccare con
mano, e anche lui lo fa mischiando la realtà alla finzione. Ma soprattutto, anche Carlotto, con la sua scrittura magnetica, racconta
una storia che fila dritta come un treno. Se lì era il movimento la vera novità, capace di proiettare su un telo bianco le paure, portando l'illusione terribile ma seducente della realtà, nelle pagina bianche e nella scrittura nerissima di Carlotto è invece l'immobilità con cui ha bloccato il male, inchiodandolo, a sorprendere. Lo scrittore ne ha arrestato la corsa per ritrarlo immobile davanti agli occhi del lettore, chiuso dentro una cornice per la quale non esiste un'uscita di sicurezza, un'alternativa: nessun telecomando. O meglio: l'unico telecomando di questo libro è nella coscienza del lettore, che in questo caso è rapita dalla storia, e affonda, trascinata a destinazione senza alcuna possibilità di opporsi, scendere o rinunciare. E' questo fermo immagine da cui non si riesce a distogliere lo sguardo la vera novità, il ritorno alla realtà, per nulla seducente, che ci strappa per un attimo da...(continua a pagina 2)
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