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Se l'abbietto è vincente
di Nicolò Menniti-Ippolito (apparso su Il Mattino di Padova del 13 Aprile 2001)



Il Nord-est che Massimo Carlotto racconta nei suoi romanzi è cinico, spietato, violento, euforico del suo successo, rapido nel bruciarlo, insensato nel ritenerlo unico metro di misura per uomini e cose. Ma in questo il Nord-est non è diverso dall'Italia, solo più accelerato, più rampante, più esasperato, lo specchio lievemente deformato, ma per questo paradossalmente più fedele, di un mondo in cui l'unica legge è proprio l'assenza della legge, del rispetto, del diritto.

I gialli di Carlotto non sono manichei, perché non propongono più la lotta tra buoni e cattivi, tra crimine e giustizia, bensì tra cattivi e cattivi, tra giustizia ingiusta e ingiustizia, tra poliziotti corrotti e falsi pentiti, tra assassini con le mani sporche e assassini con la camicia pulita e firmata. In questo senso il suo ultimo Arrivederci amore ciao (Edizioni E/O, pp.215 £.26000) non è che la prosecuzione di Nessuna cortesia all'uscita o Il corriere colombiano anche se manca il personaggio dell'Alligatore che caratterizza la serie dei gialli. E però c'è anche altro, una riflessione amara sui transfughi, su chi ha militato nel campo della sinistra movimentista e poi è passato dall'altra parte, pronto a mettersi al servizio di chi il potere vero lo ha sempre detenuto.

In questo la parabola dell'io narrante di Arrivederci amore ciao è solo più estrema di quella di tanti altri, che nella foga di ripulire la loro immagine e di farsi accettare nel mondo in cui il potere è vero, e altrettanto veri sono i soldi, ha venduto amici ed ideali, considerazione di sé e dignità. In questo romanzo Carlotto dà voce ad un personaggio totalmente negativo che si muove in una società fatta a sua misura, tanto da accettarlo nel momento in cui la sua abiezione diventa totale. Di personaggi come Giorgio Pellegrini, il protagonista, Massimo Carlotto deve averne incontrati nei suoi anni di latitanza.

Ragazzi diventati di sinistra un po' per caso, un po' esibizionisti e un po' cialtroni, capaci di trasformarsi in terroristi quasi per sbaglio, ma deboli nelle convinzioni e un po' crudeli, desiderosi in fondo solo di vincere, in un modo o nell'altro. E così Giorgio Pellegrini comincia da pentito la sua ascesa sociale, che si consuma prima a Milano poi in una città veneta che assomiglia molto a Padova, dove alla fine ottiene, grazie ai suoi crimini, il pieno riscatto sociale e la ammissione in quel mondo di potenti in cui il confine tra legalità e illegalità non esiste più.

E questo è un altro tema caro a Carlotto, quello della contiguità assoluta tra legalità e illegalità nel Veneto ricco e rampante, per cui avvocati e criminali sono soci, e usura, prostituzione, mafia stanno fianco a fianco con finanza, industria, imprenditorialità. Di questo mondo Giorgio Pellegrini è perfetto rappresentante e la sua storia è raccontata da Carlotto con scrittura sobria, quasi appiattita, mimetizzata nella voce povera di umanità di un io narrante privo anche della grandezza del delinquente; perché è questo alla fine che conta: non ci sono eroi, neanche negativi, solo uomini piccoli e feroci, nullità capaci di tutto pur di essere vincenti in una società che non sopporta i perdenti.

di Nicolò Menniti-Ippolito

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