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MONFALCONE: un crimine di pace.


La polvere di Monfalcone
Nella città dei cantieri navali una grande manifestazione con artisti e intellettuali chiede «verità e giustizia» per le molte vittime dell'amianto.

(L'Unità del 07 Ottobre 2002)

 

La legge 27 marzo 1992, n. 257 "Norme relative alla cessazione dell'impiego dell'amianto", nelle sue disposizioni generali dice testualmente:

"Sono vietate l'estrazione, l'importazione, l'esportazione, la commercializzazione e la produzione di amianto, di prodotti di amianto o di prodotti contenenti amianto". Lo Stato, il benedetto Stato, è arrivato a porre rimedio alla sciagura dell'amianto con almeno quarant'anni di ritardo; perché è almeno dagli anni 50 che si sa che l'amianto è cancerogeno.
Basta ascoltare le parole del professor Claudio Bianchi, maggiore autorità in materia di amianto: "Che fosse cancerogeno lo si sapeva fin dagli anni 30, mentre dagli anni 50 lo si sa con certezza, ma questo non ha determinato la messa al bando dell'amianto.

Nel 1960 c'è stata la prova scientifica sulla correlazione tra tumore alla pleura e amianto. I maggiori produttori di amianto sono la Russia e il Canada, e nonostante la prova del 1960, la maggiore produzione c'è stata proprio negli anni tra il 1960 e il 1978. Ultimamente ho scovato le carte di un operaio morto nel 1957 a Trieste, aveva 46 anni e faceva l'isolatore termico. E' il primo caso di morte per amianto. Fare chiarezza sui tanti morti per amianto è un modo per onorare la loro memoria, ma è soprattutto un modo per risarcire le famiglie e per evitare che altre tragedie simili avvengano nel mondo. Dobbiamo pensare che le navi che abbiamo costruito qui a Monfalcone vengono ora distrutte in India, soprattutto da ragazzi che fanno questo lavoro senza nessuna protezione. Il problema è attuale. A Gorizia c'è un'incidenza di tumori da amianto di 11, 59 ogni 100.000 abitanti. E' il tasso più alto d'Italia. A seguire ci sono altre città portuali come Taranto, Massa Carrara, La Spezia".


A Monfalcone, tra gli ex operai della Fincantieri, ci sono stati fino a oggi circa 2.000 morti. Una grande, silenziosa tragedia; una tragedia senza eco, senza cronisti, senza indignazione nazionale. Questi operai se ne sono andati senza fare rumore, in punta di piedi, dimenticati da tutti. In un bar di Monfalcone parlo con Alessandro Morena, l'unico storico che ha dedicato un libro a questa tragedia, Polvere (Kappa Vu, 231 pagine, 12 euro).
Mi dice: "E' innanzitutto una battaglia morale, e il primo obiettivo che vogliamo raggiungere è quello di fare un processo contro alcuni dirigenti della Fincantieri di Monfalcone. Perché noi sappiamo con certezza che si è fatto uso di amianto fino alla fine degli anni 80. E poi c'è la questione dei risarcimenti alle famiglie che hanno perso i loro cari per colpa di una logica del profitto senza scrupoli. E' dalla metà degli anni 70 che hanno procrastinato il divieto dell'amianto. La Procura della Repubblica di Gorizia, nonostante 19 denunce, non ha ancora rinviato a giudizio nessuno. Io ritengo che ci possa essere anche una sorta di timore da parte della Magistratura ad agire penalmente contro un colosso come Fincantieri. Il clima non è sereno, ci sono state forti intimidazioni, ma alla fine ce la faremo".

A Monfalcone c'è l'Associazione Esposti Amianto e il suo coordinatore, Duilio Castelli, un ex operaio della Fincantieri, mi dà appuntamento nella hall di un albergo. Mi dice: "Mi sono ammalato nel 1971. Da allora ho iniziato a capire che l'amianto uccideva. L'asbestosi mi si manifestò un giorno che mi sono accorto che avevo perso il respiro. Feci i raggi e mi trasferirono nei vigili del fuoco di Fincantieri, solo che fui costretto a lavorare ugualmente a contatto con l'amianto.
Ogni giorno mi chiedo quando morirò. Sono uno dei pochi sopravvissuti dei miei compagni di lavoro. La notte ho una tosse che mi soffoca, solo mia moglie può raccontarlo. Ma tutto sommato mi posso ritenere fortunato".

Poi Duilio, prima di lasciarmi, mi racconta, in lacrime, alcune cose sconcertanti: "Io vado sempre a trovare i miei compagni di lavoro che stanno morendo. Non posso raccontare tutto quello che ho visto. Non dovrei dirlo, ma una volta mi è capitato di vedere una cosa che mi ha lasciato senza parole. La moglie di un operaio, in stato avanzato di malattia, dopo aver pulito la bocca di suo marito dello sterco, perché purtroppo aveva un tumore al peritoneo e quindi evacuava dalla bocca, lo baciava come se niente fosse, amorevolmente, per non farlo sentire malato". Chissà se è anche questa la storia d'Italia, chissà se si avrà il coraggio di raccontare anche questo quando si farà la conta finale del boom economico e del miracolo italiano degli anni 50 e 60. E chissà se è giusto che queste vedove, che hanno amato in silenzio e hanno accudito i loro mariti fino alla fine dei loro giorni, non abbiano neanche un riconoscimento economico adeguato.


Oggi alla Fincantieri ci sono 1.800 operai, mentre durante la seconda guerra mondiale ce n'erano 14.000. Sembra assurdo, ma sin dal 1911 il quotidiano socialista l'Avanti! definiva la Fincantieri "il cantiere della morte". E anche oggi, alla Fincantieri, le condizioni di sicurezza non sono ottimali; al posto dell'amianto si fa uso della lana di vetro, ma gli operai non parlano per due motivi: primo perché la priorità del posto di lavoro è assoluta; secondo perché molti operai hanno paura di sottoporsi agli esami clinici necessari. Duilio Castelli, infatti, ripete sempre ai suoi amici operai: "Spegnere un fuoco piccolo è più facile che spegnere un fuoco grande. Fate gli esami e non abbiate paura di affrontare la malattia in tempo". Ma far finta di niente, rimuovere, è un'umana reazione che si comprende facilmente. Da qualche anno a questa parte la faccenda dell'amianto a Monfalcone sta diventando rumorosa come quella del Petrolchimico di Porto Marghera; ci sono avvocati a disposizione, musicisti, attori e scrittori che si stanno impegnando attivamente.

L'altra sera c'è stato il secondo concerto organizzato dalla Associazione Esposti Amianto, al quale hanno partecipato personalità del calibro di Gino Paoli, Ricky Gianco, Bebo Storti, Renato Sarti e Massimo Carlotto. Ed è proprio quest'ultimo ad essere il più agguerrito di tutti. E' una specie di ambasciatore dell'Associazione, uno scrittore che ha abbracciato senza riserve la battaglia per il processo ai vertici della Fincantieri. Tutte le vedove con le quali ho parlato, mi hanno detto sempre la stessa cosa: "Massimo Carlotto? E' un santo di uomo, è venuto qui, ci ha ascoltati e adesso fa di tutto per aiutare la nostra battaglia. Fossero tutti come lui!" Ho osservato Carlotto in questi due giorni che sono stato a Monfalcone per il concerto; tutti lo cercano, tutti hanno da chiedergli una cosa, vogliono il suo parere anche su dettagli organizzativi del concerto.

Quando lo chiamano sul palco, a fine serata, noto che ha le lacrime agli occhi; e fa tenerezza vederlo così commosso perché Carlotto è un omone "gigantesco", un po' taurino, e quindi vederlo con gli occhi lucidi crea come una dissonanza, un cortocircuito che emoziona. Comunque, per rendersi conto della sua battaglia, basta visitare il suo aggiornatissimo sito internet. Anche Ricky Gianco è uno impegnato attivamente in questa battaglia; la gente lo chiama, lo acclama, lui incita alla battaglia, ascolta tutti, poi canta insieme a Gino Paoli "Parigi con le gambe aperte" e la gente applaude, grida, ed è tutta una festa. Al concerto vedo anche Rita Nadalino, una delle vedove che ho intervistato.

Qualche ora prima mi aveva detto: "Mio marito si è ammalato a 52 anni ed è morto 4 anni fa. Dopo la sua morte non sapevo cosa fare, allora ho iniziato a girare casa per casa alla ricerca di altre vedove, con le quali volevo fare qualcosa. Pensavo che mi avrebbero sbattuto la porta in faccia, invece sono state tutte disponibili. Abbiamo iniziato a lottare, senza l'appoggio di nessuno, e magari Fincantieri si sarà fatta un sacco di risate. Mio marito non voleva morire, e quando stava male diceva tra i denti 'disgraziati, disgraziati', ce l'aveva con i dirigenti del cantiere che avevano nascosto i pericoli dell'amianto. Mi diceva sempre 'io non meritavo questo, come hanno fatto a tacere, non lo meritavo'. Una parte di me è morta con la sua morte.

Mi sento in colpa a fare tutto, anche a uscire con le amiche. La vita che mi resta la dedicherò per fare giustizia. Voglio vedere i dirigenti processati. Non mi interessa che li assolvano, ma almeno una volta li voglio guardare negli occhi. Siccome sono colpevoli, anche il solo processo sarà una condanna per la loro coscienza. Adesso abbiamo tanti alleati, non solo Massimo Carlotto, ma anche il sindaco, Gianfranco Pizzolitto dei ds, ci sta dando una mano preziosa. Infatti il comune si è costituito parte civile e questo è un punto a nostro favore. Tutti sono con noi, adesso aspettiamo solo il processo della Procura della Repubblica di Gorizia".

La vicenda dell'amianto alla Fincantieri di Monfalcone è assai complessa e per avere i dati a disposizione basta leggere il prezioso libro di Alessandro Morena; lì si può trovare tutto, dalle voci dei protagonisti (operai, sindacalisti, ecc.) ai dati epidemiologici, dalle notizie sull'amianto a quelle sull'organizzazione del lavoro alla Fincantieri.

E a cena, insieme a Massimo Carlotto e Alessandro Morena, decidiamo di lanciare una piccola proposta ai lettori dell'Unità, ovvero quella di scrivere una breve e-mail all'indirizzo sandromore@libero.it in cui si chiede alla Procura della Repubblica di Gorizia di avviare finalmente il processo alla Fincantieri. Basta scrivere che i quasi 2.000 operai morti per asbestosi, placche pleuriche, tumori del polmone e mesoteliomi meritano almeno giustizia e che ci sono tutti i presupposti per avviare un processo a carico della Fincantieri. Dobbiamo farlo per gli operai, per le vedove, per la cultura della salute negli ambienti di lavoro e, soprattutto, per il rispetto che dobbiamo ai tanti che hanno fatto la storia di questo Paese nel silenzio, nel dolore, nell'ingiustizia. E' un dovere civile che dobbiamo compiere senza tentennamenti.

Andrea Di Consoli


 
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